Competenze e lavoro per la trasformazione digitale

Il punto di vista di Antonio Capone, docente del Politecnico di Milano alla Milano Digital Week

Durante la Milano Digital Week, Triwù ha seguito molti incontri (a questo link tutti gli streaming!), tenutisi a BASE Milano. Qui vi proponiamo l’intervento di Antonio Capone, docente del Politecnico di Milano, Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria nell’ambito di un panel dedicato alle competenze necessarie per compiere la trasformazione digitale. Capone fa una fotografia della situazione attuale e pone l’accento su due punti.

Primo punto: le nuove generazioni. Capone porta come esempio le matricole del suo corso di informatica: sono abilissime nell’utilizzare la tecnologia ma non per questo possiedono gli strumenti necessari per comprendere la complessità dei sistemi su cui la tecnologia stessa si basa. Affinché i giovani di oggi possano essere protagonisti del cambiamento – non semplici utilizzatori di tecnologia quindi, ma gestori della trasformazione digitale che ci sta coinvolgendo – occorre che acquisiscano le conoscenze necessarie. Conoscenze molto complesse che richiedono anni di studio. Se si considera però che solo il 18% della nostra popolazione – tra 24 e i 65 anni – possiede una laurea (il Giappone è al 50%, Usa e UK sono al 45%) e che di questo 18%, la stragrande maggioranza ha scelto facoltà legate alle scienze sociali, si capisce facilmente quale possa essere la difficoltà di innestare su una base culturale di questo tipo conoscenze e competenze complesse. Perché questo avvenga è necessario uno sforzo importante per innalzare –  a un punto che oggi non è facile prevedere – il livello di istruzione della popolazione con investimenti ingenti. Con tutta probabilità, sottolinea Capone, l’operaio di domani dovrà avere una laurea.

Secondo punto: il rapporto tra annunci di lavoro nel settore digital censiti attualmente sul Career Service del Politecnico di Milano e i laureati del Politecnico è circa di 30 a 1. Un gap impressionante. Le aziende si stupiscono, sottolinea il professore, del fatto che, pur parlando di un lavoro a tempo indeterminato e ben retribuito, spesso non arrivi loro alcuna candidatura. Questo scenario lascia spazio a una considerazione. Perché i giovani laureati del Politecnico preferiscono andare all’estero, in condizioni più difficili, nonostante le aziende italiane li inseguano per assumerli? Cosa cerca un neolaureato? Un giovane che ha appena terminato gli studi, afferma Capone, sente il bisogno di continuare a imparare e crescere. L’idea di inserirsi in un’azienda e diventare fin da subito il riferimento, l’esperto di un certo settore, viene percepita come negativa. I ragazzi ne sono spaventati, pensano di subire una battuta d’arresto. Il neolaureato preferisce essere l’ultima ruota del carro in una grande azienda straniera, più che avere uno stipendio buono e rivestire un ruolo di maggior rilievo in un’azienda italiana che si sta trasformando nel digitale. A partire da questa considerazione, le aziende italiane, dovrebbero fin da ora cominciare a riorganizzare i propri team di lavoro secondo un nuovo modello.

<Questo è il problema che mina alla radice il modo con cui le aziende costruiscono i team dal basso e rinnovano la forza lavoro – afferma Capone. Un ragazzo che entra in un team, che ha delle competenze e che crede di avere delle idee, non accetta un capo che ne sappia meno di lui. La necessità di oggi è quindi quella di creare dei team in cui si lavori insieme, in cui le competenze siano davvero distribuite. Appiattire le organizzazioni e spingere un lavoro di gruppo in cui sia possibile crescere insieme. Queste sono le dinamiche in grado di trasformare dall’interno l’azienda. E sono le dinamiche che in qualche modo occorre cercare di favorire per fare in modo che le aziende siano in grado di cogliere un nuovo modo di lavorare che si sta evolvendo in questi termini>.

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