Che cosa cambia veramente la vita delle persone?

Dalla Stanford Social Innovation Review la proposta di un modello di intervento nel settore sociale che sembra fatto apposta per la progettazione di Smart City

Esiste un’unità di misura dell’utilità reale di un intervento politico su una città o un territorio? Il tema delle Smart City è essenzialmente connesso a questa domanda: sempre più spesso ci si rende conto dell’impossibilità di affidarsi al valore tecnologico di un singolo intervento, isolato, e della necessità di misurarne la ricaduta sulla vita reale dei cittadini. Un nuovo tipo di parcometro multi-funzione potrà cambiare qualche minuto della giornata di un cittadino, che, però, è fatta di molte altre cose: trasporti, tempo di lavoro e tempo libero, relazioni sociali virtuali e in carne e ossa. Ma per avere un effetto reale su un oggetto così complesso, come la vita di una città, occorre coordinare gli sforzi di molti diversi soggetti.

La necessità di un piano strategico condiviso e di modelli trasversali alle singole città, evitando di ricorrere a iniezioni isolate e mal coordinate di tecnologia nelle città, sono punti cruciali per le Smart City, su cui ha molto insistito Roberto Reggi, vicepresidente dell’Anci (l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani) nell’intervista per Triwù (la trovate qui).

Oggi dagli studi sul terzo settore americano proviene un interessante suggerimento nel medesimo senso. La crisi economica, infatti, ha spinto le organizzazioni che operano nel sociale a interrogarsi sul modo di massimizzare l’impatto degli interventi, minimizzando i finanziamenti richiesti. Sempre più spesso, inoltre, i problemi sono complessi e richiedono interventi interconnessi, non isolati. Se vogliamo operare sulla dispersione scolastica, ad esempio, non potremo limitarci a operare con i docenti, ma dovremo contattare famiglie, presidi, organizzazioni di quartiere, centri sportivi. Questo modello di intervento interconnesso si chiama “Collective Impact Model” ed è stato promosso dal Foundation Strategy Group (FSG), un’organizzazione di consulenza per il terzo settore, attraverso la Stanford Social Innovation Review.

Secondo gli studi firmati da Mark Kramer e John Kania, esistono cinque condizioni per ottenere un successo collettivo: (i) deve essere definita un’agenda comune a tutti gli stakeholders che prendono parte all’iniziativa (vale a dire: ci deve essere una percezione comune dei problemi da affrontare), (ii) ci devono essere misurazioni condivise degli interventi affinché tutti i soggetti coinvolti si ritengano, l’un l’altro, affidabili e allineati sul medesimo obiettivo, (iii) le attività devono essere coordinate, (iv) la comunicazione deve essere continua e trasparente e, infine, (v) deve esistere un’organizzazione centrale degli interventi.

L’idea di base è quella di creare una rete tra numerosi soggetti (pubbliche amministrazioni, aziende private, libere associazioni), aiutandole, attraverso un’organizzazione centrale, ad allineare i propri sforzi attorno a uno scopo condiviso (ad esempio, appunto, il recupero della dispersione scolastica), in modo che i successi raggiunti da un ente siano di incentivo all’operato degli altri. L’allineamento è la chiave del successo.

Attorno a questo modello si è creato un dibattito molto ampio: David Bornstein ha rilanciato l’iniziativa sul New York Times (l’articolo è qui), la FSG ha organizzato conferenze e seminari, a Stanford, per promuovere il modello, e le sperimentazioni non si sono fatte attendere, moltiplicandosi di città in città. Per fare soltanto un esempio, la United Federation of Teachers di New York ha lanciato un bando, che si è chiuso a giugno 2012, per progetti che vogliano trasformare le scuole della città in piccoli hub, ove ragazzi e famiglie possano avere accesso a un ampio ventaglio di servizi: da quelli sanitari e dentistici a quelli di tutoraggio e consulenza, fino ad arrivare ai servizi sociali.

Quello del collective impact è un modello interessante, che pone in primo piano le relazioni tra i soggetti che vogliono innovare, la condivisione degli scopi, dei mezzi e delle misure e sembra adattarsi molto bene al modo in cui, sempre più spesso, si invita a pensare il tema delle Smart City.

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