Nuove tecnologie, mondo della comunicazione e lavoro: qualcosa sta cambiando

Il futuro è qui è oggi, anzi era ieri, quando i lavoratori di Foodora (una star up tedesca attiva nelle settore delle consegne cibo) sono stati licenziati con un click, semplicemente disattivando l’applicazione che consentiva loro di lavorare. Ed è di oggi (11 aprile 2018) la sentenza di 1° grado che respinge l’accusa di sfruttamento dei sei riders licenziati nel 2016 dalla multinazionale tedesca di food delivery. Una sentenza che, almeno per ora, afferma il diritto di un colosso della gig economy di trattare i suoi fattorini del terzo millennio come “lavoratori autonomi” e “non dipendenti”.
Il futuro però, è anche nella reazione degli elettori del M5S che lanciano il boicottaggio dei brand presenti all’interno di alcune trasmissioni considerate contro il movimento.
Con un click si nega l’accesso alle piattaforme online che gestiscono più o meno liberamente il lavoro, con un click si cambia canale e si prova a influire sul mercato della pubblicità.
Questioni e ambiti diversi che però mostrano come stia cambiando il rapporto tra utente/consumatore/cittadino/spettatore/consumattore o comunque si voglia chiamare, e che dimostra come i confini tra i diversi ruoli che svolgiamo in una stessa giornata siano davvero labili.
Al contempo le grandi piattaforme sono forti, ma fragili, ignorano la reputazione chiudendo social e tutti i canali di comunicazione (la strategia adottata in un primo momento da Foodora), ma dagli stessi non possono comunque prescindere, perché vendono servizi che qualcuno deve usare e perché un business online ha come canali di riferimento quegli strumenti di comunicazione.
Quello che è certo è che la tecnologia è molto più avanti della società e delle tradizionali forze organizzate che la animano, che la politica è distante anni luce, anche dal punto di vista delle competenze che rappresenta. L’iniziativa intrapresa dal M5S riadatta a un contesto contemporaneo una pratica ottocentesca, può alimentare speranza o spaventare, a seconda delle sensibilità. Esattamente come l’atteggiamento dei nuovi padroni della rete che si comportano come i “capitalisti” del primo ‘800 dettando le regole (retribuzioni da 2,7 all’ora in Italia nel 2016 senza garanzie) in assenza di norme certe, oppure, che è peggio, in presenza di norme superficiali che non hanno previsto alcune applicazioni (e non è un gioco di parole).
In generale si rincorrono divertenti Outlook che sparano cifre sui lavori destinati a scomparire con l’affermarsi dell’automazione, numeri, purtroppo, non sostenuti da fatti concreti e del tutto irreali, mentre solo pochi studi sottolineano che sarà la cornice legislativa e regolamentatrice, che ci vorremo dare, a stabilire il vero impatto della tecnologia sulle nostre vite. Come sottolinea Luciano Floridi (filosofo attivo ad Oxford che lavora su informazione e etica informatica), viviamo in un momento decisivo, perché stiamo costruendo l’insieme di regole e norme che determineranno l’impatto delle nuove tecnologie sulle nostre vite e su quelle delle prossime generazioni; per questo è indispensabile impegnarsi ad acquisire quelle competenze necessarie a comprendere il mondo che stiamo costruendo.

Se per molti è ormai evidente che il mondo della produzione non potrà più essere al centro della società è altrettanto evidente che la consapevolezza richiede moltissimo lavoro individuale, non meno impegnativo o faticoso di quello che l’uomo ha sempre svolto. Una cosa è certa: in futuro il lavoro che ci aspetta sarà titanico e super impegnativo, anche dovesse essere slegato dal concetto di reddito.

A questo proposito, Alessandro Re ha intervistato (nel video in apertura) Corrado Melluso, coordinatore editoriale di NERO Editions, che ha da poco pubblicato “Inventare il futuro: per un mondo senza lavoro” di Nick Srnicek e Alex Williams. Uno sferzante manifesto controluddista, che esorta ad agguantare e sfruttare, accelerando il passo, la tecnologia del futuro, invece di distruggere le nuove macchine per paura di perdere il lavoro – come faceva la fantomatica figura di  Ned Ludd all’alba della prima rivoluzione industriale.
Ora che siamo all’incipit dell’Industria 4.0 e dal vapore ai robot è passato tanto tempo, dovremmo (secondo Srnicek e Williams) accogliere e implementare queste macchine, con l’obiettivo di liberarci finalmente da un lavoro alienante e dal concetto di lavoro salariato. La sfida, a quel punto, sarà quella di trovare il modo di redistribuire la ricchezza per tutti.

Occorre, insomma, (re)inventare un futuro già presente.


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