Il restauro tra conservazione, sicurezza e riuso

Le antiche malte romane: uno straordinario esempio di riqualificazione materica

Tra gli interventi più interessanti e attesi a KlimaHouse di Bolzano c’è quello di Gilberto Quarneti della scuola d’arte muraria “Calchera San Giorgio” a Grigno, Trento.
Daniele Bettini di Triwù l’ha contattato. Qui pubblichiamo un suo contributo e qualche domanda raccolta via mail:

Dopo lo “sviluppo sostenibile” e la “green economy“, al centro delle politiche ambientali europee c’è da qualche tempo la cosiddetta “economia circolare“.
Il commissario UE per l’Ambiente, presentando gli obiettivi sul riciclaggio ha così spiegato:
Nel Ventunesimo secolo, caratterizzato da economie emergenti, milioni di consumatori appartenenti alla nuova classe media e mercati interconnessi utilizzano ancora sistemi economici lineari ereditati dal Diciannovesimo secolo. Se vogliamo essere competitivi dobbiamo trarre il massimo dalle nostre risorse, reimmettendole nel ciclo produttivo invece di collocarle in discarica come rifiuti“.

L’economia circolare, è un termine generico per definire un’economia ideata per potersi rigenerare da sola. In un sistema di riciclo i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Per contro, nell’economia lineare,  terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.
Come trasformare gli scarti  da problema a risorsa? Prendiamo esempio dai nostri predecessori.

Tradizione e Regola dell’Arte

Oggi, rievocare il termine Regola dell’Arte, sembra più una istintiva abitudine, che una reale volontà d’ottenere che il lavoro sia eseguito secondo le precise prescrizioni della “Scuola“.
Imporre un capitolare nel qual si vuole che un muro, che porta evidenti i segni dei patimenti inflitti dall’umidità, sia rinzaffato con malta di sabbia e cemento, e sia quindi intonacato con malta bastarda, è cosa discutibilissima quanto prevedibili gli infausti e devastanti risultati. Se poi tale prescrizione si conclude disponendo che il tutto sia rifinito “a regola d’arte“, allora la dissonanza diventa stridente come sabbia stretta in un pugno.
E’ evidente che nel secolo scorso, una forte spinta verso il profitto e l’industrializzazione, vi sia stato un malinteso uso delle regole e che l’aureo valore dato alla tradizione, sia stato del tutto destinato all’oblio. Fortunatamente la memoria di gesti santificati da millenni di esperienza, ripetuti e consolidati,  è rimasta in persone che hanno visto, per buona sorte, ‘condurre il lavoro‘  alla vecchia maniera,  o in artigiani che ancor si ostinano a non abbandonare la tradizione. Tradizionale, però, non significa necessariamente che viene dal  passato. Basta soffermarsi a meditare sulle affermazioni di alcuni operatori, i quali definiscono ‘tradizionale’ un intonaco in malta bastarda applicato a macchina, mentre un intonaco di calce, applicato comediocomanda, vien indicato come ‘roba da restauratori‘.
Vorrei che voi rifletteste sul troppo abusato termine ‘tradizionale’. La parola ‘tradizionale’ deriva da ‘tradere’,  che ignifica ‘tramandare’. Ma ‘tradere’, ahimè, e ‘tradire’ hanno la stessa radice. È inevitabile, pertanto, che quando oggi vien proposta l’antica tradizione, nasce impellente la necessità di verificare ove si nasconda l’insidia.
La tradizione viene dalla manutenzione.  È  la continua pratica che propone reiterata mente la medesima Arte,  e garantisce che sia tramandato il gesto.  Se,  come è successo,  vi sono stati lunghi anni di inattività delle Gilde e delle Scuole, è ovvio che non vi sia stato più nes suno cui tramandare la ‘Regola’. Dopo il salto di intere generazioni, che nulla ha appreso,  non è rimasto che qualche lacerto di malta sui banconi dei  laboratori della scienza,  che tutto possono dire sulla  materia,  ma  nulla  sull’Arte.

Triwù) Nel vostro settore c’è una riscoperta della tradizione che viene arricchita e rafforzata dalle nuove tecnologie. Quali sono alcune antiche pratiche che si stanno riscoprendo e che sono riconosciute di indubbia utilità, e quali sono i mix vincenti che si stanno diffondendo?

Quarneti) Se nel passato, oltre alla pozzolana naturale, di cui parla Vitruvio nei suoi 10 libri, i nostri predecessori hanno costantemente cercato di riutilizzare materie “di bottega” di scarto, per ottenere che le malte acquisissero caratteristiche di pozzolanicità e presa idraulica (es.: Cocciopesto, Marogna, ecc.), perché non proviamo a verificare se tra gli scarti dell’industria moderna non vi siano materie idonee ed abbandonate? Facciamo un censimento è mettiamoci al lavoro evitando di dover necessariamente produrre nuovi leganti quando in discarica vi sono già le materie prime che ci servono e sono abbondanti ed abbandonate.

Triwù) Si usa dire che, in piedi sulle spalle dei giganti del passato, noi contemporanei vediamo più lontano. In ambito edilizio, cosa sapevano fare meglio di noi in passato e cosa invece siamo riusciti a perfezionare?

Quarneti) Il cocciopesto “materia amica”
Dai fenici ai romani, il materiale di riciclo più antico della storia del costruire, che è diventato oggi oggetto di dibattito fra molti progettisti e restauratori, è ciò che viene da sempre riconosciuto col nome di cocciopesto.
Vincenzo Scamozzi (1548 – 1616) la definisce “Materia amica” in quanto dai cocci o mattoni pesti di scarto (riciclati) si può ottenere una polvere, che mista a calce, produce una malte che trapassa ogni altra in sodezza. La ricerca scientifica non solo ha dimostrato che l’osservazione è assolutamente veritiera, ma che apre la via ad un più ampio studio che rispondono alle istanze poste dal progetto europeo.

Triwù) Ci sono nuovi materiali che ottimizzano prestazioni, impatto ambientale e salubrità delle strutture per chi ci vive e per chi le costruisce? Quali sono i nuovi materiali più interessanti su cui sta lavorando?

Quarneti) Premesso che per ogni tonnellata di cemento prodotta al mondo, è immessa nell’aria, irreversibilmente, una tonnellata di CO2.
Nei laboratori dell’ACCADEMIA QUARNETI (Calchera San Giorgio) nell’elaborazione del progetto “L’uovo di Colombo” sono state studiate le applicazioni di un legante idraulico (brevetto AN2007A000067) ottenuto dalla miscelazione a freddo di idrato di calcio [Ca(OH)2], in polvere, ottenuto dalla calcinazione di gusci d’uovo (CaCO3) sottratti alla filiera produzione-scarto-discarica e ceneri pozzolaniche ottenute dalla combustione dei cascami della lavorazione del riso (Rice Husk Ashes – RHA). I primi risultati sono entusiasmanti. Il legante idraulico “da discarica” sembra poter dare la risposta alla domanda che ci eravamo posti: possiamo ottenere un legante idraulico simile a quelli storici, senza necessariamente scavare materie prime nei monti e nei fiumi? Si può evitare di calcinare in forni ad alta temperatura ed immettere enormi quantità di CO2  nell’aria? Si possono utilizzare, per questo scopo, materie naturali riciclabili e rinnovabili? La risposta è positiva.
Se si pensa che il processo di produzione del nuovo legante, si basa sulla cottura dei gusci d’uovo, usando come combustibile la lolla del riso, la cenere della quale diventa a posteriori l’elemento pozzolanico per dare una connotazione di idraulicità al nuovo “cemento”, ben si comprende come l’operazione sia in massima aderenza coi concetti di bio-compatibilità ed eco-sostenibilità.


Il sito di Calchèra San Giorgio

Quaderno 10. Dalle malte romane ai bio-leganti

Sito e programma di KlimaHouse

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