Come leggere il futuro (dell’innovazione)

Un nuovo metodo per individuare le tendenze in atto, basato sull’analisi dei brevetti

Nell’immaginario collettivo l’ufficio brevetti resta legato ad atmosfere un po’ kafkiane: lunghi corridoi bui, scrivanie piene di scartoffie, montagne di polvere. Eppure c’è chi pensa che proprio dagli uffici brevetti (non proprio quelli di Kafka, ma i moderni Patent and Trademark Office) provengano le indicazioni cruciali per comprendere in che direzione stia andando l’innovazione. Si parla in particolare di innovazione tecnologica, quella più brevettabile, sebbene di recente la pratica di fissare paternità e diritti di innovazioni anche immateriali stia prendendo piede.

Ebbene, secondo lo studio di un gruppo di ricercatori dell’Accademia delle scienze di Budapest, facenti capo a Péter Érdi, in filigrana ai brevetti si può leggere il prossimo futuro. Come? Il sistema si basa sulle citazioni: ogni brevetto cita infatti i precedenti brevetti su cui si basa per le sue componenti, per le soluzioni adottate e così via. Ora, se noi individuiamo il network che connette i brevetti tra di loro potremo non solo individuare i rapporti di dipendenza tecnologica, ma anche comprendere quale successo determinati brevetti abbiano avuto nel corso del tempo, in base al numero delle citazioni da parte di altri brevetti. Si potranno dunque clusterizzare assieme i brevetti che hanno il medesimo andamento nel tempo, poiché questo è un indice del fatto che i trend complessivi di innovazione li coinvolgono assieme. E se si riesce a fare quest’operazione, ovvero individuare un trend non accidentale e ricorrente, potremo ipotizzare l’andamento della “curva” nel prossimo futuro.

Questa l’idea del gruppo di Érdi. Il gruppo di ricerca ha anche condotto un piccolo test del modello di previsione, basandosi sull’archivio passato della sezione “Agricoltura, Tessile e Alimentare” dell’Us Patent and Trademark Office: i risultati indicavano la presenza di un nuovo campo rappresentato da tessuti non intrecciati ottenuti dalla compressione o fusione delle fibre. E questo campo è stato in effetti formalmente individuato, come ambito di brevetto.

Ora qualche valutazione d’insieme. Come evidenzia il New Scientist, l’idea che i brevetti possano essere considerati la cartina di tornasole dei processi culturali in atto era già stata studiata in passato da Mark Bedau, del Reed College di Portland. In questo caso il punto centrale non era la predizione degli sviluppi futuri, quanto piuttosto l’individuazione degli schemi di evoluzione della tecnologia. Secondo Bedau, l’immagine che si ricava dai brevetti è di tipo biologico: come gli esseri viventi le innovazioni si riproducono (generando nuovi brevetti, attraverso citazione) e conservano i tratti di famiglia (perché esistono delle famiglie, dei cluster appunto, di brevetti). I risultati di Bedau in alcuni casi risultavano sorprendenti: la tecnologia di stampa a getto d’inchiostro, per fare un esempio, sembra essere stata una delle innovazioni più prolifiche degli ultimi anni, dato che si presta, generalizzando, a essere utilizzata per il posizionamento preciso di piccole quantità di materiale (inchiostro, ma anche cellule, DNA, metalli).

Proprio dalle difficoltà incontrate già da Bedau provengono alcuni elementi critici, messi in luce dal New Scientist: innanzitutto è pratica consolidata degli esaminatori dell’ufficio brevetti consigliare molte citazioni, per aumentare la solidità della documentazione, anche quando le citazioni servono a poco. Inoltre, quali tendenze avremmo creduto di individuare se ci fossimo basati sui brevetti degli anni ’90, quando cavalcando il boom della rete si credeva che il business on-line potesse limitarsi a replicare le strategie di quello off-line? Se insomma i brevetti sono già un passo avanti verso il futuro, tutto dipende dalla capacità visionaria di chi li deposita: se questa capacità c’è i brevetti indicheranno le tendenze in atto, se invece il depositario si basa su assunti erronei, allora è tutta un’altra storia. Un altro punto, sollevato sul New Scientist da Sheryl Connelly (che si occupa proprio di individuare i trend futuri, per la Ford) riguarda l’utilità di un simile strumento: questa analisi dei brevetti potrebbe indurre a investire su un intero cluster di innovazione, piuttosto che a cercare di individuare la singola tecnologia o la singola idea che possa rivoluzionare il mercato.

A difesa di Érdi, va detto che il metodo sviluppato dal gruppo ungherese non riguarda le rivoluzioni tecnologiche, ma solo le evoluzioni in un futuro a noi vicino. “Lo sviluppo della tecnologia e dei brevetti – scrivono gli autori dello studio – possono essere influenzati da molti fattori: scoperte scientifiche inattese, cambiamenti nelle normative o nei comportamenti dell’ufficio brevetti, mutamenti economici. Noi non intendiamo modellizzare esplicitamente tutti questi fattori”.

Peraltro, forse si è insistito persino troppo su un’immagine rivoluzionaria dello startupper, dimenticando che gran parte delle innovazioni ora considerate rivoluzionarie (dai tablet ai lettori mp3, dal commercio on-line a Facebook) erano in origine evoluzioni di precedenti idee. Un singolo nuovo punto di forza rispetto ai precursori tecnologici può mutare globalmente l’identità percepita di un prodotto, definendo nuove nicchie di consumo, nuovi bisogni e nuovi trend di mercato. Un prodotto evoluto, oltre una certa soglia, diventa un prodotto rivoluzionario.

In this article