Viticoli

Intervista a Sesto Viticoli presidente di Airi e autore per Guerini di Verso un manifatturiero italiano 4.0

+1,5% del Pil e + 0,7% rispetto al 2016, export +7,5%, +5,7% di investimenti esteri nel 2016, crescita delle spese in R&D del 10-15%, sempre rispetto al 2016, diffuse tra più di 4500 aziende. Sono questi alcuni numeri del manifatturiero italiano legati al piano Calenda e alla congiuntura internazionale che, nonostante i grandi risultati, vede l’Italia all’ultimo o penultimo posto in Europa per crescita.

Come ben spiega il professor Sesto Viticoli il piano Calenda deve ancora svilupparsi nella sua seconda fase e sembra comunque mancare una visione più complessiva che deve partire dalla scelta di quale posizione occupare nello scacchiere internazionale. Non che sceglierla voglia dire occuparla, ma vuol dire fissare degli obiettivi e stabilire una strategia per raggiungerli.
Sono comunque molti gli spunti che partono dalle considerazioni di Viticoli su cosa voglia dire fare 4.0 in Italia.

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In ogni caso anche per il nostro sistema la via al 4.0 è percorribile se riusciamo a integrare uno scenario di tecnologie standard, il cui livello è già di eccellenza, con le nuove tecnologie digitali, e a patto che in tal senso venga elaborato un solido piano della ricerca nazionale che:

– sostenga tutte le attività che passano da lavorazione a basso valore aggiunto e a basso costo del lavoro a quelle più avanzate e complesse; 

– favorisca la crescita dimensionale delle imprese per un migliore inserimento nel mercato mondiale;

– assicuri adeguato sostegno a quello che è il processo di internazionalizzazione del nostro sistema industriale.
D’altronde il gap maggiore che c’è con la Germania dal punto di vista di know how è proprio sulle integrazione delle tecnologie digitali. Mentre continuiamo a vantare almeno due grandi valori: l’attenzione per la qualità in senso generale e il gusto della bellezza, elementi chiave del successo del famoso made in Italy. 

Tornando al sistema Italia, quanto sono utili, soprattutto scalabili e gestibili queste nuove tecnologie per PMI?  

Se guardiamo al sistema nazionale le grandi imprese hanno già dimostrato di avere una struttura adeguata a gestire il nuovo modello, e quasi tutte hanno una strategia per affrontare il cambiamento. 

La questione invece si pone per le PMI, perché affrontare un mondo integrato e quindi aperto presuppone una forte collaborazione (ottimo in questo senso il sistema delle reti di impresa che nasce in Italia nel 2009) strategia che permetterebbe di superare i deficit strutturali e allineare il sistema italiano a quello internazionale.

Però dal punto di vista tecnologico c’è quasi la sensazione che questa sia una rivoluzione difensiva da adottare solamente per non perdere le posizioni già conquistate…

È vero solo in parte, oggi infatti abbiamo dati che dimostrano altri trend piuttosto significativi:
1) il manifatturiero nel suo complesso è cresciuto del 1,5% del PIL (di media) +0,7% rispetto 2016;
2) export è cresciuto del 7,5%;
3) rispetto al 2016 abbiamo attratto un +5,7% di investimenti esteri e, cosa più importante e nuova in questo Paese, c’è stato aumento medio della spesa in R&D pari al 10-15% da parte delle imprese 4500 imprese in più rispetto al 2016. 

Un effetto del piano Calenda, anche se, nonostante tutto questo, rimaniamo all’ultimo o penultimo posto nella crescita Europea.
È indubbio che il sistema industriale si sia mosso, ma bisogna anche correre per mantenere la competitività internazionale. Per questo servono una serie di interventi “abilitanti” che, in realtà, fanno parte della fase due del piano Calenda. 

In questo senso l’azione su formazione e competenze deve essere distinta tra chi è già entrato nel mondo del lavoro e chi invece ci deve ancora entrare. 

In un caso mancano non competenze, ma persone. Ad es. nel settore delle tecnologie digitali le aziende necessitano di circa 30mila tra tecnici e laureati all’anno, mentre da Università e istituti tecnici ne escono 7-8mila/anno. Manca quindi un indirizzo di politica generale che spinga i “giovani” nella giusta direzione perché il sistema formativo è pronto. Certamente va superato anche l’ostacolo di un Paese troppo propenso alla formazione teorica, molto però sta cambiando con gli strumenti della alternanza scuola lavoro, la valorizzazione di spin-off universitari e con il fenomeno delle startup, anche se manca una strategia complessiva di coordinamento. 

Discorso diverso se consideriamo gli occupati, dove il problema non riguarda più soltanto la competenza tecnica dei lavoratori, ma il grande cambiamento organizzativo che deve coinvolgere le imprese. È, infatti, probabilmente da rivedere una strutturazione prettamente gerarchica degli organigrammi e una molteplicità di competenze e professionalità destinato a trasformare le relazioni interne da silos a reti. 

Cambiare i modelli organizzativi dev’essere complicato e costoso, ma è una missione possibile per le PMI?

Sono passaggi difficili per tutti, anche perché questa ondata tecnologica costringe le PMI a svolgere delle attività che prima non erano necessarie, per esempio, può portare a dover pensare e sviluppare contemporaneamente strategie di prodotto e di servizio, attività che pochi anni fa erano magari in alternativa. 

Una delle soluzioni per il sistema Italia può essere quello della rete di impresa, l’esempio che descrivo nel libro è quello di Farmaindustria che raccoglie una serie di PMI che hanno avviato un processo di integrazione e che ha avuto un ottimo risultato e che può essere allargato ad altri settori. 

Questo vale soprattutto per le PMI che possono riunire aziende dagli interessi diversi, un processo molto lungo e difficile perché deve superare una serie di timori quasi ancestrali. Non ci sono però molte alternative, bisogna essere competitivi, il rischio altrimenti è che il sistema delle PMI si trasformi in un gorgo costretto a puntare sul basso costo del lavoro. 

Tornando alle tecnologie, si coglie sempre quasi una paura all’investimento, come se le soluzioni  fossero tutte volatili, destinate ad essere superate da altre in poco tempo…

Il problema vero è la debolezza strutturale del sistema, la tecnologia è matura, quello che manca però è una sua accettabilità sociale che ne garantisca l’adozione. C’è asimmetria informativa tra cliente e venditore e la mancanza di consapevolezza in chi adotta certe soluzioni, il problema vero quindi sta nel non avere una strategia, nel non sapere quale casella del mercato internazionale si vuole andare a occupare.

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TESTO ESTRATTO DA: VERSO UN MANIFATTURIERO ITALIANO 4.0

Di Sesto Viticoli
Prefazione di Renato Ugo
Edito da Guerini e associati

La rinascita degli USA

Come abbiamo precedentemente visto, lo studio Deloitte prevede che nell’immediato futuro gli USA riconquisteranno la loro posizione di leader, e una delle ragioni è indubbiamente legata anche alla creazione, nel 2013, di una Rete Nazionale per l’Innovazione Industriale, denominata «Manufacturing USA».

Nel corso degli ultimi quattro anni del programma sono stati istituiti nove istituti di innovazione produttiva, con altri sei pianificati entro il 2017. Questi istituti di produzione sono nei fatti partenariati pubblico-privato che fanno riferimento ad aree tecnologiche distinte, ma che puntano a un obiettivo comune: garantire il futuro degli Stati Uniti attraverso l’innovazione produttiva, l’istruzione e la collaborazione.

Attraverso «Manufacturing USA», l’industria, il mondo accademico e i partner governativi stanno sfruttando risorse esistenti, collaborando e co-investendo per alimentare l’innovazione produttiva e accelerarne la commercializzazione. L’iniziativa collega persone, idee e tecnologie per risolvere le sfide avanzate di produzione pertinenti del settore. I suoi obiettivi sono migliorare la competitività industriale, incrementare la crescita economica e rafforzare la sicurezza nazionale statunitense. Essa mira a ripristinare il primato americano nella produzione, combinando l’integrazione degli scenari tecnologici con le problematiche provenienti dal mondo del lavoro. Una peculiarità degli istituti appartenenti alla rete è sicuramente l’attenzione rivolta alla cosiddetta «ricerca di base», intesa come fonte insostituibile di conoscenza per sviluppare l’opportuna innovazione di prodotto. Ogni istituto comprende, quindi, piccoli, medi e grandi produttori, nonché ricercatori provenienti da università e laboratori governativi, fornendo a tutti l’accesso a strutture e attrezzature all’avanguardia, nonché formazione di personale e sviluppo di competenze personalizzate al supporto delle nuove aree tecnologiche. La collaborazione negli istituti, e ora attraverso la rete, crea una comunità di innovazione che inaugura le catene di approvvigionamento di produzione di nuova generazione situate in America e che impiegano gli americani.

La rete «Manufacturing USA» è gestita dall’agenzia di progettazione avanzata del National Aging Program, che ha sede nell’Istituto Nazionale di Standard e Tecnologie del Dipartimento del Commercio. La sua missione complessiva può essere riassunta nel modo seguente:

• convocare e consentire partenariati privati e pubblici orientati al settore incentrati sull’innovazione produttiva e l’impegno delle università statunitensi;

• progettare e implementare un’iniziativa integrata di produzione avanzata integrata per facilitare la collaborazione e la condivisione di informazioni tra le agenzie federali.

Coordinando le risorse e i programmi federali, l’Advanced Manufacturing National Program Office migliora il trasferimento tecnologico nelle industrie manifatturiere statunitensi e aiuta le aziende a superare gli ostacoli tecnici per sviluppare tecnologie e prodotti innovativi.

Il contesto europeo

L’industria manifatturiera svolge un ruolo centrale anche nell’economia dell’Unione Europea in termini di ricerca, innovazione, produttività, occupazione ed esportazioni. Il suo fatturato aggregato, pari a circa 7.100 miliardi di euro (dati Eurostat 2014), contribuisce attualmente alla crescita economica dell’Europa per circa il 15% del pil, genera un valore aggiunto di circa 1.710 miliardi di euro (il 44% del valore aggiunto proviene dalle pmi), dà lavoro direttamente a 30 milioni di persone e sostiene un indotto di oltre 60 milioni di addetti. Il suo export, al di fuori dell’Unione, ammonta a oltre 1.500 miliardi di euro (più di Cina e Stati Uniti), con un mercato interno costituito da 500 milioni di consumatori; nelle aree di R&I delle diverse realtà manifatturiere operano oltre 500.000 ricercatori e innovatori.

La manifattura europea necessita di nuovi investimenti e stimoli, dopo che essa è stata per secoli il fulcro produttivo dell’Unione Europea. Questo fi no all’avvento della terziarizzazione quando, nella seconda metà del secolo scorso, il settore industriale ha – poco a poco – perso peso all’interno di diverse economie europee, lasciando il posto a servizi che proprio al settore industriale rimangono comunque legati a doppio filo.

Si consideri che, mentre nel 2000 il contributo del settore manifatturiero al valore aggiunto dell’Unione Europea era pari al 18,8%, quattordici anni dopo tale percentuale è scesa al 15,5%. È un fattore che ha interessato tutte le principali economie industrializzate; tuttavia, la manifattura europea è cresciuta meno di quella statunitense: tra il 2000 e il 2014, il valore aggiunto generato dalla prima è cresciuto del 20,6%, mentre quello generato dall’industria americana del 34%.

Anche la produttività del lavoro nel settore manifatturiero europeo è cresciuta meno che negli Stati Uniti. Lo stesso vale per la produzione industriale, che in Europa fatica a riprendersi dalla crisi, mentre negli Stati Uniti ha superato i valori precedenti al 2008. In tale quadro va comunque sottolineato che ciò non vale per tutti i settori industriali: il settore della manifattura high-tech ha risentito della crisi meno degli altri ed è cresciuto di oltre il 35% tra il 2000 e il 2015.

La perdita di rilevanza della manifattura nelle economie europee è rilevante anche dal punto di vista dell’occupazione: nel 2000 il settore occupava il 18% della forza lavoro europea, nel 2014 solo il 14,2%. Anche il valore assoluto degli occupati nel settore è diminuito, registrando un calo di oltre il 15% tra il 2000 e il 2014. La figura 1.1 offre un’immagine di quanto accaduto recentemente nei paesi europei più significativi.Immagine1.1 p.30

Nel 2012 l’Europa si è prefissata l’obiettivo di tornare, entro il 2020, al 20% di valore aggiunto manifatturiero rispetto al valore attuale che è del 15%. A tre anni da tale scadenza, l’obiettivo non sembra così semplice da conseguire. In considerazione dell’attuale ritardo, pur estendendo l’arco temporale al 2030, si calcola che l’Europa, per aumentare il peso del manifatturiero di cinque punti percentuali, dovrebbe investire in media 60 miliardi di Euro all’anno, per un ammontare complessivo di 1.200 miliardi, generando un incremento di valore aggiunto pari a circa 500 miliardi di Euro: nonostante ciò, l’Europa non può permettersi di rinunciare o vedere ulteriormente erosa la propria base industriale. Dopo una delle recessioni più lunghe mai sperimentate, la fase della ripresa, solo grazie alla presenza di alcuni fattori contingenti inequivocabilmente favorevoli (riduzione del costo dei combustibili fossili, politica iperespansiva della BCE, svalutazione dell’Euro), sta ora lentamente iniziando a manifestarsi, anche se con dinamiche molto differenti tra i diversi paesi dell’Unione.

Il rilancio della crescita e della competitività per sostenere e rafforzare la ripresa è quindi più che mai una priorità essenziale per l’Europa, e ciò deve avvenire attraverso risposte altamente innovative in termini di prodotti e servizi, processi e business model, nuove imprese altamente competitive e sostenibili. Si tratta quindi di promuovere e rafforzare un nuovo manifatturiero che, per la sua elevata sostenibilità e competitività fondata sull’innovazione, possa contribuire in modo significativo alla crescita di una nuova economia sociale, intelligente, sostenibile, inclusiva, che – tra l’altro – vede nelle grandi sfide sociali nuovi mercati ad alto valore aggiunto.

Il contesto italiano

Anche il manifatturiero italiano riveste un ruolo rilevante in termini economico-sociali per il Sistema Paese. Esso, infatti – secondo i dati Eurostat 2011 – è costituito da 425.000 imprese, genera un fatturato di 921 miliardi di euro e dà lavoro direttamente a 3,9 milioni di persone. L’Italia è il secondo paese manifatturiero industriale in Europa. Nel 2011 il valore aggiunto generato direttamente dal settore manifatturiero italiano è stato di 208 miliardi di euro, dietro alla Germania (490 miliardi) ma davanti alla Francia (195 miliardi) e al Regno Unito (178 miliardi). Nonostante ciò, negli ultimi anni abbiamo perso cinque punti di valore aggiunto industriale (dal 20,5 al 15,5%) come altri paesi della periferia europea, ma diversamente dalla Germania, che ha pressoché mantenuto intatta la sua forza intorno al 22%.

All’appuntamento della ripresa che si è profilata, pur se a ritmi modesti, all’inizio del 2017, il nostro paese si presenta così con un contesto industriale non ancora in grado di esprimere appieno le sue potenzialità. È un dato di particolare preoccupazione visto che l’Italia, a tutt’oggi, rappresenta la seconda potenza industriale d’Europa. Cercare di invertire tale rotta costituisce una priorità assoluta della politica economica italiana, come, d’altra parte, della maggior parte dei paesi più avanzati.

È evidente che anche l’Italia, paese di sola trasformazione e privo di materie prime, non possa abbandonare la manifattura. Ma se non vi sono dubbi su tali condizioni, è altrettanto vero che la definizione di politiche efficaci e adeguate allo scopo richiede una piena consapevolezza dei mutamenti in corso del ruolo del manifatturiero nelle economie europee, per le quali va tenuto conto, in primis, del fatto che anche i prodotti industriali si presentano oggi sempre più associati alla produzione di servizi, rendendo sempre più obsolete le rigide demarcazioni di un tempo tra industria e servizi.

Una delle priorità che riteniamo sia fondamentale perseguire è lo spostamento dalle attività a basso valore aggiunto verso quelle ad alto valore aggiunto, che premia le imprese più dinamiche e di successo indipendentemente dai settori di appartenenza. Ne consegue che l’attività innovativa e gli investimenti in R&D rappresentano gli ingredienti fondamentali per un possibile futuro successo delle imprese. Per alcune di esse, le più grandi, conta anche la partecipazione alle cosiddette catene globali del valore (global value chains), che stanno cambiando la struttura e la composizione di molti settori manifatturieri in quanto consentono alle imprese e ai paesi di specializzarsi in specifiche singole attività piuttosto che in tutte le fasi del processo produttivo.

In uno scenario globale, in cui emerge ancora come fattore competitivo una manodopera a bassissimo costo, va ribadito con forza che esiste lo spazio per manifatture innovative, di qualità e a più alto valore aggiunto. Per aiutare le imprese in questa scalata del valore è fondamentale che l’evoluzione dello scenario tecnologico venga accompagnata da nuove politiche pubbliche, generali e non settoriali, di lungo periodo e non contingenti, con obiettivi svariati e senza il conformismo tipico degli anni passati. È nostra opinione che il rilancio del settore industriale debba avvenire lungo alcune direttrici fondamentali:

  • intervenire sui meccanismi di allocazione delle risorse (capitale e lavoro nelle loro molteplici forme) dai settori e dalle imprese meno produttivi a quelli più produttivi, dalle lavorazioni a basso valore aggiunto (in cui la pressione competitiva dei paesi emergenti non è più sostenibile) a quelle più avanzate e complesse e a elevato valore aggiunto;
  • favorire una crescita dimensionale delle imprese, investendo nell’aggregazione fra grandi e piccole, affinché il sistema produttivo possa in futuro inserirsi opportunamente nell’economia mondiale con nicchie di produzione molto specializzate;
  • sostenere l’attività di ricerca e innovazione, fondamentale per la competitività delle imprese. La ricerca e l’innovazione non sono settori a cui fornire un semplice sussidio; il problema è fortemente strutturale e, quindi, è necessario che tali ostacoli vadano superati con una politica che miri a costruire un Sistema Paese della ricerca e dell’innovazione, fondato su un solido Piano Nazionale della Ricerca;
  • aumentare la capacità del sistema finanziario di indirizzare il capitale verso i progetti imprenditoriali più promettenti;
  • sostenere l’internazionalizzazione delle nostre imprese.

Esse, infatti, hanno incontrato crescenti difficoltà a partecipare ai processi di ristrutturazione della catena del valore manifatturiero a livello internazionale, mentre i nostri territori non sono riusciti ad attrarre molto delle scelte di riallocazione dell’attività produttiva manifatturiera derivanti dalla nuova divisione internazionale del lavoro.

Tali direttrici vanno sostenute con forza, accompagnandone l’evoluzione in tempi adeguati, nella consapevolezza che il rilancio della crescita dell’economia italiana nei prossimi anni sarà legato strettamente al rilancio del manifatturiero e alla capacità di quest’ultimo di partecipare da protagonista al nuovo contesto di competizione che si va delineando a livello globale, evitando il rischio di essere relegato in ruoli marginali e periferici.

Questa strada è sicuramente percorribile anche in relazione alle scelte che il nostro paese ha fatto in materia di aree di Specializzazione Nazionale Intelligente, identificate in:

1. industria intelligente e sostenibile;

2. salute, sicurezza, qualità della vita, alimentazione;

3. Agenda digitale, Smart Communities, Mobilità intelligente;

4. patrimonio culturale, design, Made in Italy, creatività;

5. aerospazio e difesa.

Tutto ciò, accompagnato a un adeguato sostegno alle azioni di R&D, potrà permettere di sviluppare un manifatturiero innovativo basato su tre elementi fondamentali:

  • una sostenibilità economica, coniugando la qualità con la produttività e generando ricchezza;
  • una sostenibilità sociale, integrando le capacità umane con la tecnologia e generando posti di lavoro ad alto valore aggiunto;
  • una sostenibilità ambientale, riducendo il consumo di risorse e la generazione di rifiuti e favorendo la riciclabilità dei materiali (bioeconomia ed economia circolare).
Contatti:

Guerini 4.0

 

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