Mind the bridge: start up in Italia: quante, quali, dove

Pubblicata la seconda edizione del Mind The Bridge Survey, l’inchiesta sull’ecosistema italiano delle start up

Il Mind The Bridge Survey è un’analisi dettagliata del tessuto imprenditoriale innovativo italiano. L’inchiesta è promossa e realizzata dalla Fondazione non-profit italo-californiana Mind The Bridge, con il supporto scientifico del CrESIT (Research Centre for Innovation and Life Sciences Management) dell’Università degli Studi dell’Insubria di Varese. L’inchiesta si basa sui dati forniti dalle start up al momento della domanda di partecipazione alla business plan competition di Mind The Bridge: le start up che hanno fatto domanda vengono considerate come un campione statistico (si tratta di 166 aziende e 369 imprenditori). Questo fatto limita un poco la portata dell’inchiesta, che risulta giocoforza focalizzata sui primi stadi di sviluppo della start up; ma si tratta anche dell’unica strategia possibile per farsi un’idea d’insieme sul settore, dato che le informazioni sulle start up sarebbero altrimenti molto difficili da reperire.
Le difficoltà nel circoscrivere e misurare il fenomeno start up sono chiaramente indicate nel report. Innanziutto manca una definizione chiara di start up. Per questo Mind The Bridge ne propone una: le start up sono “nuovi progetti di impresa con una marcata vocazione all’innovazione e forti ambizioni di crescita. Questo modello d’impresa si associa di solito ad un fabbisogno di capitali che va oltre le capacità di autofinanziamento del nucleo dei soci fondatori (il cosidetto “bootstrapping“, definito nella letteratura anglosassone anche con il celebre modello delle 3 F, “family, friends and fools”) e della azienda stessa (che in genere, per un certo periodo dopo l’avvio, non è in grado di produrre flussi di cassa)”.
Altre difficoltà nel tenere traccia di questo settore dipendono dalle caratteristiche non canoniche del modello di impresa: i censimenti e le statistiche nazionali operano su categorie standard e non contemplano quella che a tutti gli effetti è ancora una parte minoritaria del sistema produttivo. Altri fattori di complicazione sono dati dall’alto tasso di mortalità e trasformazione delle aziende e dal loro permanere nell’ombra sino al raggiungimento di un certo livello di sviluppo e di finanziamento. Sino a quel momento si parla più precisamente di “wannabe companies“.

Veniamo ora ai risultati dell’inchiesta. In prima approssimazione in Italia vengono presentati ogni anno 800-1000 nuovi progetti di impresa, a rinfoltire un totale di circa 4-8 mila start up attive nel paese. Per quanto riguarda i settori di innovazione, la preponderanza del comparto ICT è ancora fortissima (70%).

Dal punto di vista geografico, il 52% delle start up ha sede nel nord Italia, il 21% nel centro Italia, solo il 16% al sud e nelle isole. Milano e Roma rappresentano ancora i poli di maggiore attrazione. In crescita la fetta del settore che decide di costituirsi all’estero (l’11%): segno di una limitata attrattività dell’ecosistema economico-politico e amministrativo italiano o di una tendenza all’internazionalizzazione del settore?

Interessante il profilo medio dello startupper italiano: 33 anni, maschio (solo l’11% dell’imprenditoria giovanile è femminile), residente nel centro-nord italia, laureato o dottore di ricerca. L’idea centrale della start up in genere si origina nel corso degli studi o dell’attività di ricerca. Ben un quarto degli startupper è al secondo tentativo di impresa: un dato che segnala come il fare impresa sia qualcosa che si impara per tentativi ed errori, anche in Italia. I dati convergono infatti nel segnalare l’importanza dell’educazione all’imprenditorialità. Molto interessanti i dati di tipo economico: “Sul fronte dell’accesso ai capitali, le startups che hanno già raccolto capitale sono circa il 70%. Il bootstrapping è la forma più diffusa per reperire fondi (58%). Contributi finanziari arrivano anche da grant di ricerca (8%), banche e fondazioni (6%) e altre imprese (6%). Il 16% ha reperito investimenti in equity da investitori terzi, in prevalenza angels (8%) e seed funds (7%). Solo una quota molto molto limitata ha avuto accesso a venture capital (1,2%). L’investimento medio (eliminando i valori estremi della distribuzione) si attesta intorno 65 mila euro. Gli investimenti sono utilizzati in via prevalente per lo sviluppo del prodotto. Cosa cercano le startup italiane? In primis capitali, il 69% a livello di seed investment e il 59% da venture capital. Ma oltre il 50% cercano anche partners che possano aiutarle nello sviluppo strategico della propria business idea. D’altronde il 69% delle imprese sceglie di localizzarsi ove il network di contatti è più forte”.

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