Officine 4.0 per la manutenzione del futuro, non solo ordinaria

RCCS è un kit progettato da Texa per rispondere alle necessità di manutenzione richieste dai nuovi strumenti ADAS (Advanced Driver Assistance Systems). Un caso di studio piuttosto interessante

Il dibattito è aperto: l’automazione e le nuove tecnologie porteranno nuovi lavori o semplicemente ne spazzeranno via tonnellate? Le risposte sono tante e complesse, lasciano un po’ perplessi gli innumerevoli studi che si lanciano in previsioni fosche o sensate che siano: alcuni prevedono un mondo senza lavoro, altri un mondo che torna alla polis greca con uomini e non uomini, gli uni che lavorano gli altri che pensano e, o, progettano. Altri ancora utilizzano questi studi per proporre redditi di cittadinanza vari ed eventuali mentre altri sostengono che sarà la cornice di regole che ci daremo a stabilire se il lavoro sparirà o meno.

Solo il tempo dirà, intanto però la realtà, come spesso accade, bussa alla porta e si presenta con sfaccettature quanto più varie.

Un esempio interessante è quello di Texa azienda trevigiana che conta circa 600 dipendenti, di cui 400 nella sede principale di Monastier, tra i leader mondiali nella progettazione, industrializzazione e costruzione di strumenti automotive.

Tra le tante cose, per dare un senso alle capacità dell’azienda, ha progettato hardware e software compresi, un tablet in grado di lavorare in condizioni di emergenza, molto stabile e solido. In particolare però Texa ha la capacità di individuare e costruirsi nicchie di mercato negli spazi aperti dalle nuove tecnologie. Nicchie di mercato preziose perché costruite tra le pieghe dei nuovi standard che, prima di andare perfettamente a regime, hanno bisogno di molti strumenti di regolazione.

Un caso emblematico è l’auto senza pilota, o anche quelle che si servono di sistemi ADAS (Advanced Driver Assistance Systems), progettati per garantire sicurezza e comfort alla guida.

Sono sempre più diffusi sui veicoli di ultima generazione, utilitarie comprese e comprendono, ad esempio, frenata di emergenza autonoma, controllo assistito della velocità, mantenimento della corsia, riconoscimento dei pedoni e della segnaletica stradale. Sono sistemi complessi che si basano su sensori, telecamere e radar.

Se il bello dell’industria 4.0 sono le super performance, il brutto sono la delicatezza e la complessità dei sistemi che sono interconnessi e che richiedono spesso interventi di specialisti.

Guidare con un parabrezza scheggiato anche solo lievemente non è un problema, capita, è un problema però se l’auto senza pilota (o con il sistema ADAS) ha la telecamera posizionata proprio sul vetro e se la lieve crepa o la botta sul vetro l’ha spostata, anche solo di poco.

Così come possono essere un problema buche, botte anche leggere, che apparentemente non procurano danni. Basta pensare che, secondo gli esperti di Texa, ai mezzi pesanti sono sufficienti tre frenate di emergenza per mandare fuori “sincrono” il sistema di laser e telecamere.

Basta una deviazione minima o un cambio d’angolo per procurare potenziali problemi a una macchina che va a 130 km/h o immersa in un ingorgo millimetrico.

Sono una serie di problematiche del tutto nuove, che richiedono una assistenza specializzata e che aprono spazi per “un’officina del futuro” che sia in grado di gestire questo tipo di riparazioni che, più o meno complesse che siano, richiedono strumenti e competenze adeguate e diverse da quelle che avevano i normali meccanici.

Proprio per sopperire a questi nuovi problemi Texa si è inventata una serie di kit in grado di gestire la manutenzione “aumentata” di vari modelli e di varie marche, di normali automobili e di mezzi pesanti.

A prescindere dall’ottima idea che coglie un’occasione di mercato e che si inserisce su una filiera di competenze e di prodotti che Texa ha, è interessante la filosofia dell’intervento e degli scenari che apre.

La tecnologia, per quanto perfetta o precisa che sia, offre delle opportunità, questo non vuol dire che l’impatto dell’automazione sarà o meno devastante, vuol dire però che nell’implementazione delle tecnologie si aprono dei vuoti che è difficile immaginare a tavolino, ma che poi si riempiono con l’esperienza e con il saper fare.

Anche dal punto di vista teorico questa idea di Texa è molto affascinante, è possibile che urti, botte o quant’altro arrivino a danneggiare non visibilmente sensori, radar o telecamere, che li danneggi non tanto da segnalare un loro malfunzionamento, ma abbastanza da peggiorare le performance del mezzo.

Un problema se si pensa che l’auto senza pilota dovrebbe essere uno strumento in grado, in un futuro prossimo, di poter essere programmato per andare a prendere un bambino di 4 anni e accompagnarlo in piscina. Di questo però possiamo tranquillamente non preoccuparci.

Altra cosa però è capire che, mentre si costruisce e si lavora giustamente per il futuro, c’è da gestire l’oggi, l’oggi in cui le macchine con i sistemi ADAS circolano, anche ampiamente, e hanno bisogno di manutenzione e di qualcuno che impari a farla.

Senza contare che poi dal 2020 alcuni controlli, data la diffusione delle tecnologie, potrebbero essere obbligatori e che presto potrebbero essere previste delle certificazioni da presentare insieme al libretto di circolazione. Anche perché, per esempio, per i mezzi pesanti alcuni di questi strumenti sono già obbligatori e il fatto che non esista ancora un controllo non vuol dire che presto non ci potrà essere.

Per dare l’idea della situazione possiamo fare il caso dei sistemi di guida assistita progettati per autoregolarsi circolando (sono presenti su molti mezzi pesanti). Analizzandoli si entra in una sorta di loop normativo: possono circolare solamente con sistemi di assistenza alla guida funzionanti, che però, una volta saltati, si possono sistemare solo circolando (o utilizzando i kit di Texa e di alcuni concorrenti). Una contraddizione che, se si dovesse implementare un sistema di controlli stringenti, potrebbe procurare non pochi problemi a chi non si fosse adeguatamente attrezzato.


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