Quali sono metodi di comunicazione che funzionano meglio per diffondere informazioni sulle nanotecnologie?

Come evidenziato da altre ricerche in passato, il “pubblico generico” in Europa ha una conoscenza fattuale sulle nanotecnologie molto limitata. Questo vuol dire che i cittadini tendono a costruire le loro percezioni e le proprie opinioni sulle nanotechnologie basandosi soprattutto su predisposizioni ideologiche, valori personali e spunti presi dai mass media. I mezzi di informazione hanno quindi un ruolo importante nel creare opinioni circa tecnologie emergenti e nel coinvolgere il pubblico nel dibattito scientifico.
Il progetto Nanochannels, finanziato dal Settimo Programma Quadro per la Ricerca e lo Sviluppo della Comunità Europea, cui ha partecipato Federico Pedrocchi di Triwù e di TiConUno srl, è esempio di un tentativo concreto di coinvolgere il pubblico nella discussione sulle nanotecnologie attraverso l’utilizzo di una serie di mezzi, o “canali” comunicativi (da qui il nome del progetto). Il punto di partenza per questo progetto – che include una campagna di informazione sui giornali e social media per stimolare l’interesse e la conoscenza sulle nanotecnologie – è uno studio empirico sull’opinione pubblica condotto dal Centro per lo Sviluppo Sociale (ZSI) con sede a Vienna.
L’obiettivo di questo studio era di esplorare quali canali di comunicazione (inclusi i social media) possono informare e coinvolgere il pubblico generico sulle nanotecnologie. Un obiettivo specifico della ricerca era valutare quali metodi comunicativi funzionino meglio per informare e coinvolgere quelle persone che sono generalmente poco interessate alle tematiche scientifiche (con l’obiettivo di ridurre il “knowledge gap”). Questi metodi sono stati confrontati con gli approcci informativi e con gli strumenti di comunicazioni preferiti da chi è invece già coinvolto nel dibattito sulle nanotecnologie. Particolare attenzione è stata posta al ruolo dei social media e sui metodi partecipativi per coinvolgere il pubblico generico in questo dibattito.

Il lavoro sperimentale, che si è svolto durante la primavera 2011 in numerosi Paesi Europei ed in Israele, ha compreso dei “gruppi di discussione” con specifici gruppi di interesse (atleti, genitori, commercianti ed anziani), interviste telefoniche ad esperti coinvolti nella comunicazione delle nanotecnologie, ed un articolato questionario online condotto in varie lingue (Inglese, Tedesco, Spagnolo, Italiano, Francese, Rumeno ed Ebraico) a cui hanno risposto 1334 persone, di cui 273 in Italia.

Un primo risultato di questa indagine , derivante dall’analisi dei rusultati del questionario e dei gruppi di discussione, è che il livello generale di conoscenza tecnica/scientifica delle nanotecnologie è piuttosto basso nei vari Paesi coinvolti. Particolarmente bassa è la conoscenza che le persone hanno della regolamentazione delle nanotecnologie. Lo stesso può essere detto circa le tematiche sociali, etiche e di sicurezza connesse alle nanotecnologie. Questo risultato è in netto contrasto con il principale interesse espresso dai partecipanti nei confronti delle nanotecnologie, ovvero il desiderio di essere informati sui rischi, benefici, e regolamentazioni delle applicazioni delle nanotecnologie, piuttosto che sugli aspetti tecnici.

Una seconda osservazione è che non abbiamo riscontrato persone che considerano le nanotecnologie particolarmente negative o pericolose. Come spesso accade nei confronti di nuove tecnologie ad uno stato precoce di sviluppo le persone sembrano avere una posizione “neutra”. I partecipanti si sono dimostrati piuttosto aperti nei confronti delle nuove teconologie (e non hanno dimostrato un rifiuto a priori delle nanotecnologie), ma hanno delle opinioni diverse verso specifici prodotti di consumo e specifiche applicazioni. Un certo livello di preoccupazione però è stato riscontrato nel momento in cui è stato fatto notare ai partecipanti delle discussioni che ci sono già vari prodotti di consumo “nanotech” che però al momento non sono etichettati in nessun modo particolare. Questo dimostra come semplicemente “notificare” al pubblico l’esistenza di una nuova tecnologia, senza fornire informazione dettagliata del valore aggiunto di questa tecnologia, produce un senso di insicurezza- una lezione da ricordare nel processo di comunicazione della scienza.

Allo stesso tempo la preoccupazione nei confronti dei prodotti nanotech è mitigata dalla fiducia piuttosto alta che i partecipanti hanno espresso nei confronti dei sistemi di regolamentazione nazionali. In tutti i Paesi, i partecipanti hanno detto di aver fiducia nei confronti di quei prodotti che trovano nei negozi locali dove normalmente fanno acquisti, perchè viene dato per scontato che vengono sottoposti a sufficienti controlli di qualità nazionali. Per alcuni partecipanti il fatto che il prodotto nanotech sia venduto da un noto marchio o noto produttore è sufficiente per avene fiducia.

Come prevedibile, però, i partecipanti si sono espressi più critici nei confronti di quei prodotti che vanno applicati alla pelle, e nei confronti dei prodotti per i bambini. Anche in questo caso, però, non si è registrato un rifiuto a priori. Un messaggio chiaro che è stato trasmesso dai partecipanti però è la volontà di essere informati sull’effetto dei prodotti che vanno applicati sul corpo, come anche sul perchè c’è bisogno di usare le nanotecnologie in questi prodotti in primis.

Tra le persone che hanno partecipato allo studio si è anche registrato un consenso generale circa la necessità di avere un’etichetta specifica per i prodotti nanotech. Più che un’attitudine generalemente negativa o positiva nei confronti delle nanotecnologie si è registrato un condiviso interrogativo circa l’utilità delle nanotecnologie, del tipo “abbiamo davvero bisogno di queste tecnologie?”. Pertanto l’informazione che maggiormente interessa il pubblico è capire il valore aggiunto di queste tecnologie, chiaramente anche considerando i possibili rischi di esse stesse, di cui vogliono essere informati. Il “valore aggiunto” viene valutato in generale in modo piuttosto personalistico, ovvero come quella tecnologia o prodotto sia in grado di soddisfare un’esigenza personale. Pertanto queste informazioni (valore aggiunto e possibili rischi) secondo i partecipanti dovrebbe comparire nell’etichetta, non solo l’informazione che il prodotto contiene un nanomateriale o è stato fabbricato usando una nanotecnologia.

Le aspettative maggiori circa le nanotecnologie si sono registrate nel settore medico (farmaci, trattamenti medici, diagnosi) e nel settore dell’elettronica. Il settore medico è anche quello maggiormente conosciuto dalle persone che hanno partecipato a questa indagine. Nel caso di prodotti dove l’importanza dell’innovazione scientifica era meno evidente- come nel caso dei contenitori per il cibo, dei giocattoli o dei cosmetici- si è registrato un atteggiamento più sospettoso nei confronti del valore aggiunto dei prodotti nanotech. La scelta dei partecipanti in generale verso l’acquisto di prodotti nanotech è collegata al rapporto qualità/prezzo e dalla percezione del valore aggiunto. I partecipanti si sono detti meno interessati a considerazioni ambientali, come per esempio lo smaltimento del prodotto come rifiuto, fatta eccezione per quei prodotti che manifestano un rischio “ovvio”, per esempio di rilasciare qualcosa di pericoloso nell’ambiente durante il loro utilizzo, verso il quale dimostrano maggiore sensibilità. In questo caso anche la valutazione sull’impatto ambientale rientra nella valutazione d’acquisto.

In un gruppo di discussione le controversie più dibattute in materia di prodotti nanotech sono state di natura più etica o “filosofica”. Una questione fortemente discussa è stata se la disparità di accesso alle nuove tecnologie crea delle condizioni “irregolari”, ingiuste o dei vantaggi per alcuni individui (come nel caso di attrezzature per sportivi), o se le nuove tecnologie stanno assumendo troppo controllo sugli individui (per esempio, se il “nostro corpo sta cominciando a produrre meno antibiotici naturali per effetto dell’uso eccessivo di prodotti nanotech antibatterici”). Chiaramente i partecipanti hanno sollevato anche domande sui rischi concreti di alcuni prodotti nanotech, come gli effeti delle “nano-creme” sulla nostra pelle o gli effetti dei “nano-rivestimenti” sull’ambiente. Su queste tematiche c’è molto interesse ad avere delle risposte.

La maggioranza dei partecipanti hanno adottato una posizione piuttosto “distaccata ” alla domanda se, una volta messi a conoscenza di certi prodotti (eventualmente anche acquistati), avrebbero attivamente cercato informazioni sulle nanotecnologie. I partecipanti infatti sembrano riconosce un certo “obbligo” dal lato del consumatore di informarsi sulle nuove tecnologie e in genere vogliono capire meglio come funzionano- soprattutto in relazione ai benefici e rischi di alcune applicazioni e prodotti. Ma alla fine essi stessi si sono dimostrati piuttosto riluttanti ad informarsi sulle nanotecnologie, perché la complessità dell’argomento li scoraggia. I partecipanti rappresentanti la “vecchia generazione” lo considerano più un dovere delle generazioni più giovani – che dovrebbero essere preparati a scuola su questi temi – di conoscere le nuove tecnologie giacchè aprono la strada verso il futuro (i giovani, notano, sono anche quelli che sanno usare meglio i nuovi mezzi di informazione come Internet). Soprattutto gli anziani non sentono di avere la possibilità di mettersi al passo e assorbire queste nuove informazioni, anche perché sono legati a mezzi di informazione più “tradizionali” e per loro l’accesso ad Internet è problematico se non sconosciuto. Allo stesso tempo, i ragazzi non sembrano molto più disposti ad investire il loro tempo per ricercare informazioni su nuovi sviluppi tecnologici. In generale i partecipanti hanno affermato di non cercare normalmente attivamente notizie scientifiche, a meno che non appaiano direttamente nella prima pagina del quotidiano che normalmente leggono, o a meno che non abbiano un interesse specifico per il tema (per esempio, capire una determinata terapia medica perchè si ha un parente malato).

Lo studio ha evidenziato che i bambini ed i programmi scolastici hanno un effetto da “moltiplicatori” per diffondere informazioni agli adulti. I genitori spesso entrano in contatto con nuove informazioni, e se ne interessano, solo perché i loro figli le hanno affrontate a scuola in classe o in progetti di scienza a scuola. Eventi pubblici ed eventi “in diretta” (come ad esempio mostre scientifiche o laboratori di strada) sono considerati utili per motivare le persone a entrare in contatto con nuove informazioni scientifiche (per esempio attività “scienza da toccare”). In generale va detto che c’è una richiesta di rendere la ricerca più tangibile, il che significa consentire agli utenti di conoscere il “processo della ricerca” , ovvero come le tecnologie sono concepite, studiate nei laboratori, trasferite in prodotti e poi immesse nel mercato.

Si è registrato inoltre un atteggiamento piuttosto “distaccato” per quello che riguarda la partecipazione attiva della gente nel dibattito sulle nanotecnologie. A causa della mancanza di conoscenze tecniche i partecipanti riferiscono che preferiscono non avere voce in capitolo o responsabilità decisionali su tematiche tecnico-scientifiche. Allo stesso tempo, da questa indagine emerge che la fiducia negli organi ufficiali internazionali di regolare sufficientemente e in modo responsabile le nanotecnologie è notevolmente bassa tra le persone di diversi paesi. Un grande punto interrogativo che è emerso tra le persone coinvolte nello studio è come gli scienziati dovrebbero relazionarsi al “rischio” che l’innovazione scientifica porta con se, in generale, e quanta autonomia vada data alla ricerca. Alla fine, vi è stato accordo che gli effetti positivi e negativi delle nanotecnologie dovrebbero essere ulteriormente studiati e che qualche forma di organo esterno dovrebbe regolare il loro sviluppo e garantire che questa ricerca non vada “troppo lontano”. Un atteggiamento diverso nei confornti della valutazione del rischio emerge però quando si parla di applicazioni mediche, ed in particolari terapeutiche, dove alcuni partecipanti dicono non esserci mai “troppa tecnologia” quando si tratta di curare malattie. I partecipanti si sono anche dimostrati piuttosto fiduciosi nella sicurezza delle innovazioni mediche, in quanto consapevoi che farmaci e nuove terapie devono superari numerose fasi di sviluppo e prove cliniche.

Un forte problema circa la possibilità di prendere decisioni “responsabili” sulle nanotecnologie è legato alla sfiducia generale che i partecipanti hanno espresso verso il giornalismo scientifico “indipendente” e la possibilità di accedere a flussi di informazioni “neutrali”. La sensazione espressa è che tutti, scienziati, giornalisti, attivisti, politici, devono difendere degli interessi e pertanto forniscono informazioni imparziali. Un suggerimento emerso tra i partecipanti dell’indagine è fornire una migliore formazione scientifica ai giornalisti, e allo stesso tempo fare formazione sulla comunicazione della scienza agli scienziati, o creare dei comitati formati da persone rappresentanti diverse categorie, ovvero politici, scienziati, cittadini, in modo da garantire uno scambio “verticale” della conoscenza al cittadino.

Alla domanda dove cercherebbero informazioni su tecnologie emergenti come le nanotecnologie, una larga maggiornaza di persone, soprattutto giovani, risponde che Internet è certamente il primo posto dove cercare (consulando però Google o Wikipedia piuttosto che pubblicazioni scientifiche online). Allo stesso tempo Internet, ed in particolare i social media (Facebook soprattutto) sono considerati le fonti di informazioni meno affidabili (anche se lo studio rivela un problema di fiducia e affidabilità anche nei confronti dei mezzi di informazione tradizionali, come i quotidiani). Documentari scientifici, programmi scientifici in TV e riviste scintifiche (per esempio, National Geographic) sono considerati i più affidabili. Questi sono pertanto gli strumenti utilizzati per ricercare informazione scientifica dettagliata e affidabile.

Per coinvolgere il pubblico nel dibattito sulle nanotecnologie in futuro sarà necessario pertanto usare nuovi ed innovativi canali comunicativi, che dovranno comprendere elementi partecipativi e tenere conto del bagaglio culturale e personale delle persone coinvolte. Sarà anche necessario trovare metodi che riescano a motivare e coinvolgere quel pubblico che è normalmente disinteressato nei confronti di tematiche scientifiche, o che le ritiene troppo complesse per essere comprese.

In termini di contenuto, va da sé che gli sviluppi scientifici delle nanotecnologie dovranno essere portati al pubblico generico sotto forma di “storie” che siano in relazione alla loro realtà immediata, ai loro interessi, e che esplicitino la necessità della tecnologia discussa ed il suo valore aggiunto. In questa ricerca sono stati identificati tre tipi di “target groups” la cui motivazione ad avere informazione sulle nanotecnologie è sensibile a diversi stimoli.

Il primo gruppo è formato da quelle persone che si considerano rappresentanti di valori sociali e che hanno preoccupazioni di carattere generale su quanto la tecnologia (in generale) deve progredire e tendono a porsi dello domande generiche sull’utilità delle nanotecnologie (le nanotecnologie sono necessarie? chi ha il controllo su di esse? Quali sono gli aspetti etici, giuridici, aspetti sociali? Etc.) Per queste persone risulta particolarmente importante capire qual è il valore aggiunto delle nanotecnologie e quale sarà il loro impatto etico e sociale su larga scala.

Il secondo gruppo è formato dai “consumatore consapevoli”, coloro che vogliono avere gli strumenti per valutare le proprie decisioni di acquisto (di quali tipi di prodotti ed etichette mi posso fidare? Quali processi di standardizzazione esistono? Quali sono gli evidenti vantaggi ed i rischi dei prodotti nanotech? Etc.) Questo gruppo di persone è interessato soprattutto ad informazioni concrete in relazione a prodotti di consumo.

Il terzo gruppo di persone ha un interesse generale verso i nuovi sviluppi tecnologici, ne vuole essere informato e possederli prima di altri. Queste persone tendono ad avere un atteggiamento personalistico nei confronti di nuovi prodotti ed applicazioni, e sono interessati soprattutto a capire come queste innovazioni possono soddisfare le proprie esigenze. Queste persone si preoccupano di rimanere al passo con i tempi e di essere ben informati (Come faccio ad avere una buona panoramica su un nuovo tecnologia? Come posso comprenderne i benefici ed i rischi?).

Una conclusione dal punto di vista della comunicazione scientifica-che si applica a tutti e tre i gruppi- che si trae da questo lavoro sperimentale è che vi è una chiara necessità di diffondere informazioni relative agli aspetti etici, sociali e giuridici delle nanotecnologie. Un’altra forte necessità comunicativa riguarda informare il pubblico circa le azioni che si stanno facendo, a livello Europeo ed Internazione, circa gli aspetti di sicurezza, impatto ambientale e valutazione del rischio delle stesse.


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