Seejay: le startup al tempo della rete. Dai distretti agli unicorni

Fabrizio Ferreri -

«Importiamo modelli imprenditoriali estranei alla nostra cultura d’impresa»: intervista a Fabrizio Ferreri, cofondatore di Seejay, startup attiva in ambito social network

 

«Il nostro ecosistema di startup non ha una connotazione peculiare, non mi riferisco ai settori in cui operano le startup, bensì al modello imprenditoriale adottato. Dalla mia esperienza ho ricavato l’impressione che copiamo modelli d’importazione, estranei alla nostra cultura d’impresa.

È certamente utile lasciarsi ispirare dai migliori, ma è ugualmente necessario non smarrire e piuttosto valorizzare il proprio dna imprenditoriale» – Inizia così la nostra intervista con Fabrizio Ferreri cofondatore di Seejay, un sistema, così lo definisce lui, che consente di aggregare contenuti raccolti dai social network – che continua: «Stiamo facendo crescere un tessuto imprenditoriale de-terittorializzato, slegato dalle componenti culturali che rendono unica e peculiare la nostra visione e il nostro modo di operare.

Puntare al mercato è cruciale, avere la consapevolezza che il mercato è ormai globale è ugualmente importante; la mia impressione è però che la globalità sia oggi sventolata in funzione di un appiattimento dei modelli, assumendo implicitamente una visione univoca e monoculturale del fare impresa».

logo_seejay_color«La peculiarità di Seejay» – aggiunge Fabrizio – «è quella di articolare i contenuti raccolti in uno storytelling dinamico e accattivante: il “Social Wall” che apre un canale di comunicazione diretto con ognuno degli utenti dei social network inseriti nella narrazione.

In poche parole, Seejay è uno strumento per avvicinare al proprio brand nicchie interessanti di utenza selezionate dai social network in base ad un hashtag o ad una keyword».

In pratica, aggregando contenuti dai social network, Seejay è particolarmente idoneo quando si intende ingaggiare utenza B2C.

L’utenza B2B è infatti meno numerosa e più difficilmente intercettabile. Un esempio di successo è quello di un noto teatro italiano: attraverso un Social Wall si è costruito una base di utenti altamente profilata cui indirizzare le promozioni. In una di queste, utilizzando sempre Seejay, sono stati venduti più di 1.000 biglietti in una settimana.

Tornando alla cultura di impresa e al rapporto tra il fare impresa e la cultura, colpisce una riflessione quasi “rubata” a Fabrizio: «Il punto non credo sia la dimensione d’impresa. Sia le PMI che le grandi imprese possono indifferentemente mantenere o perdere il legame con le proprie radici culturali.

Il problema credo sia più generale e riguarda l’assunzione – provata nei fatti, più che esplicitamente formulata – che la cultura, e tutti i valori identitari che fanno riferimento ad essa, sia di fatto soltanto un ostacolo al fare impresa. Il modello di impresa che oggi impera è fantasmatico: può essere collocata ovunque; i rapporti di lavoro che vi si stabiliscono sono precari, flessibili, sempre meno garantiti; il capitale si moltiplica in essa senza più alcun collegamento diretto con la produzione».

Per quanto riguarda il vostro core business, voi siete uno di quei sistemi automatici accusati di avere la capacità di influenzare pesantemente le elezioni in diversi paesi. Cosa ne pensi?
Quali sono i sistemi attraverso cui rafforzate le fake news e come potreste pensare di contrastarle?
Ovviamente siete uno strumento e come tale dipende da come venite utilizzati, ma queste tecnologie hanno in sè delle caratteristiche che le rendono, per alcuni, “naturalmente di stampo autoritario” per altri, se non pericolose, difficilmente controllabili o facilmente mal utilizzate…

«Il nostro sistema è soltanto un aggregatore intelligente, che non si limita ad aggregare, ma stabilisce anche un contatto tra brand e utente.
Sul tema interessante posto, può essere utile tornare a Platone. Per il filosofo greco, il pensiero critico è in contrasto con il “pensiero dei molti”, e il destino di chi esercita il pensiero critico in opposizione “ai molti” non è certo facile. I social network hanno la forza di creare “moltitudini” omogenee come mai in passato altri mezzi di comunicazioni.

È un potere immenso, ovviamente condizionante. Un potere che arriva sino al punto di poter falsare, mistificare la realtà. La questione è molto grande, ma il nucleo fondamentale per me è questo: fa parte del nostro habitus democratico pensare che “la maggioranza vince”.
Il potere dei social network, compresa la sua potenza di falsificazione, dipende sostanzialmente da questo assunto. Ebbene, sulla scorta di un pensiero politico ben radicato nel dibattito intellettuale ma poco presente nella prassi quotidiana secondo cui “democrazia” è la difesa delle minoranze, io ritengo che il tema vero sia garantire pari visibilità a tutto ciò che “la maggioranza” fagocita.
Tradotto dentro Facebook, significherebbe stravolgere completamente i presupposti dell’algoritmo con cui il social network organizza lo stream di notizie. Ma siamo già nell’utopia».


 

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