Nuove forme di organizzazione del lavoro, del tempo, degli spazi privati e pubblici

Si è tenuto il 27 gennaio 2021 il convegno di presentazione dello studio sulle strutture di coworking in Italia, realizzato da Alchema in collaborazione con l’Ufficio Studi di PwC Italy. Molti e interessanti gli elementi che relatrici e relatori hanno portato all’attenzione dei partecipanti online, anche e soprattutto tenendo conto dei cambiamenti apportati al mondo del lavoro dalla pandemia.  Il video è ancora disponibile, ma di seguito riportiamo alcuni degli argomenti che ci sono parsi utili per affrontare il tema da diversi punti di vista.

Un trend in ascesa
Possiamo iniziare da alcuni dati, presentati da Sandro Bicocchi, Director Ufficio Studi PwC Italy:  nel 2019 si contavano a livello globale 22.400 spazi e 2.170.000 utenti, con un aumento rispetto al 2018 del 20% per gli spazi, e del 31% degli utenti. In Italia, dove il primo coworking ufficialmente fu aperto nel 2008, le strutture sono 704 (+ 28% rispetto al 2018), dislocate al 60% nel Nord del paese. Forse qualche esperienza c’è anche stata negli anni ’90, con la prima diffusione di Internet: penso ad esempio a un coworking nell’appennino reggiano, a Castelnuovo ne’ Monti, utilizzato dai giovani all’inizio del percorso lavorativo per evitare i costi e i tempi di spostamento sulle strade di montagna.
Il dato italiano è dunque in linea con il dato globale, almeno fino all’inizio della pandemia.

Lavoro smart senza rinunciare a collaborare e fare comunità
Il mercato del lavoro da marzo 2020 è stato attraversato da grandi cambiamenti, uno dei quali è sicuramento lo smart working: in Italia se ne parlava da anni, si chiamava telelavoro, poi lavoro agile, ma non aveva mai trovato grandi spazi di diffusione, per la complessità delle regole, per uno scarso interesse delle persone coinvolte, per la difficoltà delle aziende di cambiare l’organizzazione del lavoro, di norma basata sul tempo lavorato e non sul raggiungimento degli obiettivi.
Con il Covid molte aziende di tutte le dimensioni, studi professionali e partite IVA hanno dovuto adottare lo smart working, realizzando una sperimentazione di nuove modalità lavorative su numeri in altri tempi impensabili. E’ ancora presto per trarre delle conclusioni, ma questa nuova organizzazione del lavoro e degli spazi, se, come sembra, si stabilizzerà, avrà sicuramente delle ricadute sugli spazi di coworking: saranno necessari più postazioni, per tempi più lunghi, e più spazi per uffici.
Infatti non tutti possono o vogliono lavorare “a casa”: l’esigenza è lavorare “vicino a casa”, senza rinunciare alla socialità del luogo di lavoro.

Lavorare vicino a casa
Le grandi aziende ad esempio stanno pensando a una delocalizzazione degli spazi, senza cioè concentrare migliaia di persone in grandi edifici, ma aprendo tanti piccole sedi distribuite sul territorio: le persone che ci devono lavorare possono raggiungere l’ufficio in minor tempo, senza usare mezzi pubblici o privati, e uniscono il vantaggio del lavoro a casa con le relazioni, la socialità, la possibilità di collaborare e fare networking.
Il coworking rappresenta in questa direzione una soluzione efficiente e flessibile: in futuro “il” luogo di lavoro cambierà per diventare un “ecosistema” di luoghi.
E lo studio di PwC Italy ne descrive gli elementi positivi: il risparmio sull’affitto di immobili, il miglioramento della qualità del lavoro, una maggiore produttività.

Cambia il lavoro, cambia la città
Ada Lucia De Cesaris ha invece analizzato questi cambiamenti nell’organizzazione del lavoro da un altro punto di vista, ovvero il cambiamento delle città, delle grandi città: lo smart working generalizzato ha infatti provocato delle mutazioni nella vita di una città come Milano, mutazioni che su tempi lunghi devono essere “accompagnate” con una nuova progettualità molto attenta. Pensiamo ad esempio ai grattacieli dove si sono insediate grandi aziende del terziario, con migliaia di dipendenti, al sistema dei trasporti progettato per centinaia di migliaia di city users, ai bar, ai ristoranti, alle mense.
Se la prospettiva sono centinaia di spazi di coworking localizzati vicino a dove vivono donne e uomini, nelle cittadine, nei paesi, nei centri più piccoli, cosa accadrà nei quartieri delle grandi città dedicati al terziario? I coworking possono recuperare spazi industriali dismessi e limitare il consumo del suolo, ma si andranno a dismettere spazi dedicati ai servizi?

Il modello COworking
L’incontro ha poi dato spazio a temi più interni all’esperienza del coworking: il modello di business del coworking, il franchising, i Talent Garden in rapporto alla pandemia, il passaggio dal lavoro in casa al lavoro in coworking, il cambiamento dell’utenza dei coworking.  Sono intervenuti Pietro Cotrupi di inCOWORK, Giovanni Paviera di Vitale&Co, Lucia Mariotti di Talent Garden e Lia Turri di PwC Italy.
Un tema comune sottolineato da tutti gli intervenuti e ripreso anche da Fabio Terragni di Alchema, la società che gestisce CO+FABB a Sesto San Giovanni, è sintetizzato nel CO che precede il WORKING: COllaborazione, COndivisione, Comunità.

Questo modo di lavorare “insieme”, di fare rete, di trovare sinergie ha attratto anche noi di Triwù, ancora in smart working, ma già con un piede a  CO + FABB di Sesto San Giovanni. 


 

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