Crowdsourcing, di quale folla stiamo parlando?

Il crowdsourcing come risultato della “coda lunga” della rete

Sino a poco tempo “folla” era sinonimo di dispersione, superficialità, ingovernabilità. Era normale ritenere che l’individuo, in una folla, agisse in preda a un automatismo, come una particella in un mare in tempesta, senza possibilità di controllo. Nel nostro codice penale esiste persino un’attenuante per chi agisca “per suggestione di una folla in tumulto” (art. 62 n.3).

Grazie alla rete, però, le cose sono cambiate: oggi alla folla si associano molte virtù. Alla folla si chiedono soldi per realizzare idee (crowdfunding), si chiede collaborazione per effettuare calcoli o classificazioni (08). Gli smartphone, con i loro sensori acustici, ottici, gps, etc possono trasformare la folla in una rete di sensori distribuita sul territorio, in grado di raccogliere e convogliare informazioni sulla città, dall’infomobilità alla misurazione dell’inquinamento acustico. E ancora, le strategie di marketing attraverso social network mirano a trasformare la folla degli utenti in un sistema di ripetitori, piccole agenzie pubblicitarie in grado di distribuire l’impatto di una campagna e moltiplicarne esponenzialmente gli effetti. Altri fenomeni crowd riguardano la produzione di contenuti: la folla di quanti si dedicano come dilettanti alla fotografia, al cinema, alla scrittura, può essere attivata in modo da mettere a frutto l’enorme massa di materiale multimediale prodotto in maniera semi-spontanea dagli utenti della rete.

Tutti questi fenomeni rientrano nell’ambito più generale del crowdsourcing. Il termine, coniato da Jeff Howe in un noto articolo per Wired, indica proprio un’alternativa all’outsourcing più classico. Insomma: ci avvaliamo del crowdsourcing quando invece di rivolgerci a un singolo interlocutore (un venture capital, un ricercatore, un fotografo etc.) ci rivolgiamo alla massa degli utenti della rete, chiedendo loro collaborazione in cambio di un piccolo contributo o un premio. Il crowdsourcing è un modo di mettere a frutto, anche e innanzitutto economicamente, le potenzialità crowd predisposte nel web 2.0.

Non è sempre ovvio, però, che la folla di cui parliamo sia sempre la stessa, e che il crowdsourcing non si risolva, qualche volta, in una forma di sfruttamento della folla. Un conto è, infatti, rivolgersi alla massa dei proprietari di smartphone, chiedendo loro di fornirci in maniera automatica i dati, un conto è attivare una folla qualificata, composta da moltissime nicchie distribuite su tutto il globo, chiedendo loro di collaborare a una ricerca scientifica o di finanziare il prossimo album della loro band.

L’aspetto che sembra più interessante degli odierni fenomeni crowd è proprio dato dal riferimento a folle molto qualificate e molto sparpagliate. Ancora una volta, si tratta di un risultato della “coda lunga” di Internet. Ovvero della potenzialità, che la rete offre, di mettere assieme bisogni, aspirazioni e capacità distribuiti in moltissimi individui nel globo: individui che non potrebbero associarsi incontrandosi in carne e ossa, ma che per il tramite della rete possono farlo. E se questa l’accezione con cui si parla di “folla”, si comprende molto bene perché il termine abbia oggi acquisito un’accezione tendenzialmente positiva.

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