Gli incubatori? Servono solo se di ottima qualità

Wired UK pubblica un dossier sugli incubatori: essenziali solo se di alta qualità e se differenziati per tipologia

Gli incubatori sono luoghi in cui le piccole aziende appena nate – start up e spin off universitari – possono trovare ciò che serve per iniziare a fare impresa: i primi finanziamenti, consigli pratici sul business plan e sulla ricerca di finanziamenti futuri, contatti per entrare nel giusto network. Spesso gli incubatori californiani – per fare un esempio, Y Combinator, che in 6 anni ha ospitato 326 start up – offrono anche un soggiorno di qualche mese in Silicon Valley, con fasi intensive di consulenza. Il tutto in cambio di una partecipazione (nel caso di Y Combinator pari al 6-7 %) nell’azienda incubata.

Il ruolo svolto dagli incubatori è essenziale – specie in un momento in cui venture capitalist e business angel vogliono qualche garanzia in più e cercano qualcuno che, autorevolmente, sia in grado di scremare, individuando start up di buon livello. Detto questo, il ruolo degli incubatori rischia di essere messo in crisi dalla crescita esponenziale della loro offerta. Anche in Italia, il numero degli incubatori, dei parchi scientifico-tecnologici, degli spazi di co-working e delle competizioni per start up sta crescendo esponenzialmente. Michele Vianello, direttore generale di Vega (il Parco scientifico-tecnologico di Venezia), ha insistito su questo punto nell’intervista per Triwù.

Non è semplice monitorare e sorvegliare la qualità dei servizi e delle opportunità offerte. Come orientarsi? Come dirigere la politica dell’innovazione in questo frangente? Wired UK ha pubblicato – nel numero di giugno – un dossier sugli incubatori (After the tech incubator bubble), che può essere utile a farsi un’idea. La via di uscita suggerita da Wired è chiara: occorre differenziare l’offerta, istituendo anche meccanismi di ranking analoghi a quelli in uso nel sistema universitario americano. Vale a dire: selezioni molto forti per gli incubatori di fascia alta, e meccanismi diversi a seconda dell’esigenza cui l’incubatore intende rispondere.

Ecco un paio di esempi. HackFwd è un incubatore in cui non si entra con la classica application, ma attraverso una presentazione, una referenza, da parte di altri soggetti particolarmente accreditati: se le start up accettano di lasciare a HackFwd una quota pari al 27% (cui si aggiunge un altro 3% per i mentors), ottengono un finanziamento che va da 91.000 euro a 200.000 euro a seconda del numero dei membri della squadra. Partecipazione societaria molto alta, dunque, e investimento iniziale molto alto. Con in più una referenza iniziale che aumenta i meccanismi di selezione. Un caso differente è quello di Seedcamp (con base a Londra). La vocazione di questo tipo di incubatore è ben sintetizzata dal fondatore, Saul Klein: “il cuore di questo processo consiste nell’aiutare chi ha talento, sottraendolo all’isolamento di località remote o di economie frammentarie, com’è quella europea, facendolo passare da 0 a 100 in termini di connessioni e consulenze”. Un incubatore con un indirizzo ben preciso, dunque, in grado di distinguersi e di vantare nel proprio settore una certa autorevolezza.

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