Il guru della rete, Andrew Keen: “il web aumenta la disparità tra ricchi e poveri

Bruno Ruffilli per “la Stampa

C’è stato un tempo in cui su internet si sprecavano i commenti entusiastici. Evangelisti e profeti del web parlavano nel vuoto, pochi li ascoltavano, pochi li comprendevano. Oggi invece trovano più spazio i sostenitori di un pensiero critico, che mette in discussione il web com’è e com’è diventato.
Uno dei più famosi è Andrew Keen, 55 anni, londinese trapiantato in California: in The Cult Of The amateur prima, Digital Vertigo poi e ora The internet Is not The Answer ha discusso i lati oscuri di internet, smontando e confutando il paradigma di un ottimismo secondo cui il digitale è sempre sinonimo di benessere e progresso. «Ma non nego che esistano aspetti positivi – spiega – e non penso che si possa o si debba tornare indietro».
In Italia per alcuni incontri col pubblico (martedì scorso al Circolo dei Lettori di Torino, mercoledì a Milano per Meet The Media Guru), Keen ha ben chiaro che in Europa e in particolare da noi può essere controproducente parlare di aspetti negativi del web quando ancora si fa fatica a percepire quelli positivi: «Il mio è un punto di osservazione privilegiato, in Usa certi processi sono iniziati prima. Ma quando arriveranno anche in Italia bisognerà saperli interpretare».
Keen insiste molto sul potere che internet ha di rimettere in discussione strutture e sistemi consolidati, cita l’esempio di Uber che ha causato reazioni fortissime tra i tassisti (anche in Italia), di AirBnb, il servizio di affitti di alloggi tra privati che oggi vale la metà della catena alberghiera di lusso Hilton.
E dedica un capitolo alla cittadina di Rochester, dove quasi tutti gli abitanti lavoravano per Kodak e ora non hanno un impiego, e spesso nemmeno una pensione. Ma sarà davvero colpa di Instagram, come sostiene lui? «È l’equivalente più vicino a quello che faceva Kodak una volta – risponde -. Anche se, come sempre con Internet, il digitale non corrisponde esattamente all’equivalente analogico».
Molto ricco e documentato, con due capitoli dedicati alla storia del World Wide Web, il libro di Keen insiste sul fatto che le promesse iniziali del web non sono state mantenute. Eguaglianza, libertà di espressione e partecipazione, democrazie sono parole vuote, o addirittura «ipocrite» se pronunciate oggi da uno come Zuckerberg. Perché? «Con il progetto Internet.org dice di voler portare internet ai Paesi emergenti, ma in realtà il suo scopo non è quello di dar voce a chi non ne ha una: dietro i proclami idealistici c’è una strategia commerciale mascherata da filantropia».
Lasciata alle sue regole, la Rete non è un meccanismo di distribuzione di profitti, ma tende invece a concentrarli nelle mani di pochi fortunati: «È una delle maggiori accumulazioni di ricchezza della storia. Aziende come Google e Facebook vendono la nostra privacy al miglior offerente, con la pubblicità che ci segue ovunque, tagliata esattamente sui nostri gusti. E ogni volta che facciamo una ricerca o postiamo qualcosa, stiamo lavorando per loro, gratuitamente, offrendo informazioni sempre più precise per aiutarli a farci diventare un target perfetto».
È allora il caso di invocare leggi che ci proteggano oppure è troppo tardi? «Dall’Europa sono venute le prime obiezioni concrete all’idea che su internet il vincitore prende tutto e detta le sue regole. Prima uno stop alle concentrazioni monopolistiche, che ha colpito Microsoft, ora la questione del diritto all’oblio, che riguarda Google. Un governo deve immaginare regole che permettano lo sviluppo, ma al contempo siano capaci di indirizzarlo in una direzione precisa».
La politica è la risposta allora? «Non lo so, certo non è internet». Internet, nella visione di Keen, è semmai una nuova rivoluzione industriale, come quella del ferro e del vapore nell’800: «Anche allora c’era chi si schierava contro, e col senno di poi possiamo dire che era una posizione senza senso».
Ci si può ancora opporre, forse, all’avanzata delle tecnologie da indossare e degli oggetti connessi: «Gli smartwatch potrebbero diventare una seria invasione della privacy, l’Internet delle cose potrebbe limitare ulteriormente il nostro spazio privato. Davvero ci serve avere un aggeggio al polso per avvisarci ogni volta che arriva una mail?», si chiede Keen. Tira fuori il suo iPhone 6 Plus e mostra l’app di posta elettronica: «Io penso che la cosa migliore delle mail non sia la notifica, ma il tasto elimina».

Bruno Ruffilli per “la Stampa

L’approfondimento di Robert B. Reich

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