Venture Capital: in crisi o in fase di ridefinizione?

Un report di Technology Review rilancia la discussione sullo stato di salute del Venture Capital

Una cosa è certa. L’investimento coraggioso – quello che accetta rischi consistenti, premia l’intelligenza e l’inventività, scommette sul futuro – è entrato a far parte dell’immaginario collettivo, declinando al tempo presente il mito americano: la mano invisibile del Venture Capitalist è capace di promuovere la scalata sociale di un giovane imprenditore, gratificando al tempo stesso le aspettative degli investitori.

Ma la crisi intacca anche le più consolidate speranze e le voci di una crisi strutturale del Venture come modello di investimento si moltiplicano. Ultimo in ordine di tempo è il report pubblicato da Technology Review.


Ci sono stati tempi d’oro. Sebbene in America soltanto due imprese su mille siano venture backed, queste due imprese rendono conto del 6% dell’occupazione americana. E un singolo dollaro investito in un fondo venture è efficace tanto quanto 3 dollari investiti dalle grandi aziende in ricerca e sviluppo. Ciò nonostante, i ritorni economici degli investimenti sono progressivamente diminuiti, tanto da spingere molti fondi di investimento pensionistici (ad esempio quello californiano) ad uscire da finanziamenti venture, denunciando un ritorno nullo di investimenti decennali. Proprio considerazioni come questa hanno spinto un gruppo rilevante come la Kauffman Foundation a ridefinire le proprie strategie di investimento in questo campo.

Potrebbe trattarsi, certo, di un effetto congiunturale della crisi economica. Ma le voci di una logica errata di investimento non mancano. Comune a molti degli interventi raccolti nel dossier di Technology Review è l’idea che l’eccessiva focalizzazione degli investimenti nel settore ICT, a discapito di altri settori, abbia costituito un fattore di rischio considerevole.

Sembra che, se da una parte la focalizzazione su ambiti come il web e i social media, caratterizzati da un ciclo di innovazione corto, abbia permesso al Venture Capital ingenti rientri nel momento del loro boom, la stessa focalizzazione sia oggi all’origine di una crisi del settore, in un momento di moltiplicazione indefinita dell’offerta di servizi web e di performance non esaltanti sui mercati per società come Facebook, Groupon e Zynga. Si deve anche considerare la diminuzione del capitale richiesto per fondare una start up ICT, grazie ai servizi cloud, all’outsourcing, alla moltiplicazione di servizi da start up a start up, e l’aumento contestuale di offerte alternative di finanziamento e supporto: dal crowdfunding agli acceleratori d’impresa. In questo contesto, insomma, un Venture capital focalizzato sul settore ICT rischia di chiudersi in una nicchia.

Che dire però degli altri settori, quelli caratterizzati da cicli di innovazione e rientro economico più lunghi (dalle costruzioni all’industria farmaceutica, dalle biotecnologie alla scienza dei materiali e all’energia). Anche in questo caso si è registrata una focalizzazione degli investimenti venture nei settori di punta, ad es. nel settore delle energie rinnovabili, a dispetto di ambiti più consolidati. La tendenza sembra essere, insomma, quella di un aumento del fattore di rischio associato all’investimento, nella ricerca di rientri più consistenti.

Dobbiamo dunque celebrare la fine del Venture? No. La diversificazione dei modelli di finanziamento, la necessità di puntare nuovamente sui settori di ricerca e sviluppo, puntano in direzione di un’economia basata sulle idee e l’innovazione e il Venture Capital può ancora giocare una partita importante. Secondo Fred Wilson, investitore presso Union Square Ventures, la crisi dei grandi fondi di Venture Capital deve portare alla formazione di nuovi fondi, molto più diversificati, capaci di rispondere a una imprenditorialità sempre più diffusa e distribuita. L’errore da non commettere ancora, in sintesi, è la concentrazione in pochi gruppi, poche aree di investimento, pochi settori di innovazione.

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