Vivere in isolamento. Dal Coronavirus allo Spazio, fino all’Antartide

Una riflessione sulla vita personale e professionale in isolamento forzato

Questo periodo di isolamento, sta mettendo a dura prova la nostra resistenza fisica e psicologica. Siamo costretti, ormai da settimane, a limitare la nostra libertà di spostamento, di azione e di svago.

È difficile e disorientante, pensiamo che nessuno possa affermare il contrario. Esistono professioni, nelle quali si è costretti a lavorare per lunghi periodi in condizioni di isolamento, in spazi angusti e senza la possibilità di incontrare amici, parenti e congiunti (!).

Qui vi proponiamo qualche riflessione. Proprio in questo momento, siamo in grado di comprendere meglio quali difficoltà questi lavoratori debbano affrontare, come superino i momenti critici e, se può essere di aiuto, come si preparino ad affrontare i periodi di isolamento.

Pensiamo ai ricercatori che lavorano nelle basi antartiche, ma anche ai tecnici che effettuano monitoraggi subacquei nelle piattaforme petrolifere in mezzo al mare e non dimentichiamo gli astronauti.

Un recente articolo dell’ENEA evidenzia quali siano le difficoltà di lavorare per nove mesi in Antartide, con temperature esterne a -80°C.

Si chiamano ‘winter-over’, sono le spedizioni invernali del Programma Nazionale di Ricerche in Antartide (PNRA), gestito da ENEA per la pianificazione e l’organizzazione logistica e dal CNR per la programmazione e il coordinamento scientifico. I ricercatori che partecipano, devono trascorrere nove mesi presso la Stazione italo-francese Concordia in Antartide, sapendo che nessun aereo o mezzo di terra potrà raggiungerli.

Denise Ferravante, psicologa e ricercatrice ENEA, è responsabile del reclutamento, training e supporto psicologico al team ‘winter over’, ma collabora anche con l’Agenzia Spaziale Europea nell’addestramento degli astronauti. Spiega così la situazione in cui i ricercatori si trovano: “Si tratta di una condizione molto simile a quella degli astronauti, tanto che l’Agenzia Spaziale Europea effettua ricerche a Concordia per prepararsi alle future missioni di lunga durata nello spazio. Fra i punti di stress in comune alle due situazioni di isolamento, ci sono la convivenza forzata, l’impossibilità di andare via, l’utilizzo delle comunicazioni mediate dalla tecnologia”.

L’isolamento che stiamo vivendo in questi giorni ci è stato imposto; non è quindi una libera scelta come per le spedizioni antartiche. Secondo Ferravante, quindi, è consigliabile, rovesciare la prospettiva, pensando a questo tempo come un periodo che, pur nella costrizione, scegliamo di passare nel modo più utile per la nostra crescita, prendendoci cura di noi, dei nostri affetti, ristabilendo le nostre priorità e riattivando le nostre risorse personali. “Possiamo riacquistare un senso di padronanza di noi stessi ricentrandoci sui nostri bisogni, sulle nostre emozioni, sulle nostre fragilità. Perché – dichiara – nel vuoto determinato dall’assenza dei mille impegni con i quali abbiamo riempito la nostra vita, in realtà, c’è un pieno dato dall’opportunità di crescita e sviluppo personale, psicologico, spirituale”. È quanto evidenziano i feedback di chi partecipa alle spedizioni in Antartide: nonostante le difficoltà dell’isolamento e delle condizioni estreme di temperatura e buio, ne parlano come di una grande occasione di crescita e sviluppo personale.

“Il coronavirus ci ha fatto scoprire di essere fragili e vulnerabili, non immuni come credevamo. Ma è proprio la nostra fragilità che ci rende più adattabili, perché come il concetto di resilienza bene ci spiega, i materiali resilienti sono in grado di tollerare gli urti e i colpi riprendendo successivamente la loro forma. Allora – conclude Ferravante – utilizziamo il trauma che stiamo vivendo come un’occasione di trasformazione, per liberare la nostra forza vitale e mobilitare l’energia creativa”.

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QUI vi proponiamo l’intervista che Chiara Albicocco di Triwù e Gigi Donelli di Radio24 hanno fatto per la trasmissione ‘Europa Europa. Obiettivo Marte’ in onda su Radio24 proprio a Denise Ferravante sullo stress degli astronauti.

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Infine, un altro approfondimento sulle professioni che si svolgono sotto il mare, che richiedono molta professionalità e strumenti sofisticati. È tra le professioni più pericolose, e che richiedono nervi saldi, resistenza fisica e competenza: l’operaio subacqueo lavora in impianti sottomarini, anche per periodi di trenta giorni, per effettuare ispezioni e riparazioni su piattaforme petrolifere, ponti o dighe.

Quali sono le difficoltà? Gianluca Antonelli, docente di sistemi robotici all’Università di Cassino, ci spiega quali siano le attrezzature e i sistemi robotici in grado di aiutare coloro che lavorano sui fondali.
QUI l’intervista realizzata per la trasmissione MareFuturo di Radio24!

 

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